Il pericolo di un Paese senza opposizione è una protesta di piazza senza nessun progetto politico, senza nessuna idea di società. Una piazza che imbracci soltanto i forconi, che stringa in una protesta contro il Palazzo degli infami la gente più disperata insieme ai più improbabili leaderini di sempre, sigle di camionisti e imprenditori agricoli più o meno presentabili insieme all’estrema destra-destra che tira su la testa dal recinto di inagibilità politica a cui la confina la decenza. Il risultato è uno sfogo senza senso, perché non ha nessun senso minacciare una libraio, come accaduto ieri a Savona: “Chiudi o bruciamo i libri“. E rievoca tristi sventure di un passato molto recente troppo presto dimenticato o addirittura mai ascoltato.

Un Paese senza opposizione rischia tutto questo. Così mentre, ad esempio, Piazza Castello a Torino viene danneggiata da una inutile e stupida furia, su questo sciagurato carro sale subito Berlusconi (e poi tentenna, rinviando sine die l’incontro di oggi con una rappresentanza della forca) insieme a un Beppe Grillo che addirittura chiede alle forze dell’ordine di stare dalla parte della protesta. Ma quale protesta, cari capi delle opposizioni?

Su Berlusconi inutile dire. Forza Italia deve radicalizzarsi verso il marcio, è l’unico modo per trovare uno spazio politico abbandonata la finta etichetta di “moderati” ormai per sempre. I grillini, che qualcosa di buono in questi mesi in Parlamento hanno senza dubbio pur fatto (l’abolizione del reato di clandestinità ovviamente subito bocciato da Grillo, ad esempio), continuano ad approcciarsi alla cosa pubblica come all’amministrazione di un condominio – questo è il risultato della negazione dell’esistenza di destra e sinistra – passando da un incondizionato sostegno ai no Tav ad un altrettanto incondizionato sostegno ai forconi. Questo significa sacrificare i “grigi” e avere una visione della politica e del Paese o in bianco o in nero. Alla lunga pericolosa.

Tra tutte queste finte opposizioni che opposizioni non sono rimane quella inespressa di Matteo Renzi. Il nuovo capo del Partito democratico è costretto dalle circostanze e dal Quirinale a sostenere il governo delle piccole intese con l’ex delfino di Berlusconi, che era anche però suo ex giovane compagno di partito nella fu Dc. Allo stesso tempo il sindaco non vede l’ora di potersi sedere al posto del pisano Enrico Letta. Intanto all’orizzonte non si vede nulla di buono, solo qualche forcone che si agita mentre la crisi continua a divampare sui portafogli ma soprattutto sulla cultura, di cui ormai si è fatto terra bruciata.