Io ne capisco di trasporti, quasi niente di agricoltura. Ma ne capisco di mercati, concorrenza, e protezionismo (contro il quale è stata costituita l’Unione Europea, per metter fine al folle valzer di “protezionismi incrociati”: tu blocchi i prodotti miei a buon mercato? E io blocco i tuoi…così stanno peggio sia i miei produttori e consumatori, sia i tuoi, ma non importa, ci siamo vendicati!).

Petrini (Slow Food) intervistato il 6 Dicembre sul Fatto (“Salviamo i piccoli, non è protezionismo”, pag. 8) nega di essere un protezionista…e Petrini è uomo d’onore. Ma fa delle dichiarazioni che sembrano provare l’esatto contrario.

Partiamo da quello che Petrini non dice: dopo 15 anni non nomina mai la parola sussidi, grazie ai quali vive tutta l’agricoltura europea, compresa la nostra (si chiama PAC, Politica Agricola Comune, ed è considerata da molti uno strumento per affamare i produttori dei paesi poveri, che non hanno altro da esportare). Questa negligenza non sarebbe in sé rilevante, ma questa storia dei sussidi non la sa quasi nessuno, perché non “sta bene” parlarne (la gente per esempio non sa che la rissa sulle quote latte è una rissa legata a sussidi europei ottenuti in modo fraudolento dai nostri allevatori, secondo l’Unione europea): questa omissione sistematica del termine mi sembra abbastanza particolare, in un periodo di grande scarsità di denari pubblici e di bisogni sociali importanti trascurati.

Poi Petrini parla di “tracciabilità”: sacrosanto, se c’è frode. Ma se un eccellente ed economico prodotto agricolo olandese o francese fosse tracciabile, il “made in Italy” sarebbe ancora così importante per i nostri consumatori? Gli agricoltori italiani hanno brillato in questi anni per ogni tipo di frodi alimentari, anche sulla qualità. E i controlli di qualità in generale sono molto accurati in Europa, tanto da essere oggetto di molte barzellette nei paesi anglosassoni (la curvatura pianificata degli zucchini, ecc.). Le frodi vanno sempre combattute, ma è un problema molto diverso.

Le “lobby del libero mercato” poi in questo caso non esistono proprio: sono “lobby dei sussidi”, cioè del contrario del libero mercato, e queste certo bisogna combatterle, ma chiamandole con il nome giusto (nome che proprio non è gradito, vedi sopra).

E come si sostengono “i gruppi di acquisto equo solidali“, sostegno che viene auspicato poco dopo nell’intervista? Se fossero sussidiati, non sarebbe più logico sussidiare gli agricoltori poveri alla fonte? (altrimenti temo che occorrerebbe controllare quanto ciascun gruppo sia davvero equo e solidale, per evitare abusi, e forse crescerebbero come funghi, dato che non dovrebbero fare più il sacrificio di pagare prezzi più alti).

Ma poche righe dopo, lo stupore del lettore aumenta: si parla del “diritto di produrre su piccola scala e vendere al mercato locale“. Ma qualcuno oggi nega a qualcuno questo diritto? O di nuovo si parla di sussidi pubblici senza nominarli? E se per caso un prodotto olandese o francese fosse di miglior qualità e a prezzo inferiore, cosa si dovrebbe fare? Proibirlo, forse? E infatti poco dopo il concetto si chiarisce: occorre rendere “operativa la legge che vincola le mense scolastiche e ospedaliere a rivolgersi al mercato locale e biologico”. La Lega (da sempre iper-protezionista) e la ministra della nuova destra governativa, Nunzia De Girolamo, che è stata presente al Brennero contro importazioni di dubbia origine (?), certo applaudono freneticamente. Se non è protezionismo questo, si vede che ho studiato economia invano. Temo che le manifestazioni di questa natura, estese a molti prodotti importati, rischiano di crescere rapidamente, nel più totale arbitrio populista.

Il finale è in crescendo: i piccoli agricoltori tutelano il territorio dal “dissesto idrogeologico“. Come? Coltivando sui terreni franosi? Impedendo la cementificazione dei fiumi? E se questa tutela fosse fatta anche dai piccoli coltivatori austriaci nel loro paese? Non meriterebbero anche loro tutele pubbliche e la possibilità di esportare? E chi controllerà quanto ogni agricoltore tutela? E i piccoli agricoltori di pianura che non tutelano dal dissesto? Per loro niente?

Ma il nocciolo credo sia un altro: le coltivazioni estensive consentono rilevanti economie di scala, e quindi prezzi più bassi di quelle piccole. Vanno certo controllate perché non imbroglino sulla qualità e sull’inquinamento. I piccoli coltivatori se hanno qualità più elevata a prezzi più alti, vinceranno nel mercato grazie a questo fattore.

Ma a chi interessano di più i prezzi bassi, ai ricchi o ai poveri? E tra i poveri, i più poveri sono gli agricoltori dei paesi che non hanno altro da esportare: non sarebbe il caso di diminuire la barriera costituita dai sussidi dei paesi ricchi ai loro agricoltori, di tutte le dimensioni?