Nel titolo il proverbio è un po’ diverso da quello vero, ma il significato è sostanzialmente lo stesso, e nonostante l’approccio un po’ scherzoso, non è tuttavia un invito a parlare di inflazione tra nullafacenti facili alla discussione e alle polemiche costruttive. L’idea di lasciar correre l’inflazione un po’ più di quanto avviene adesso è materia discussa già da qualche tempo da economisti del massimo livello, alcuni di loro già insigniti col premio Nobel in economia (Shiller 2013; Akerlof 2001).

Proprio il Nobel di quest’anno a Shiller (anche se con una motivazione diversa da quella di cui ci occupiamo ora) può essere stato il motivo per cui il prof. Guillermo Calvo, della Columbia University, ha riportato alla luce una vecchia indagine del 1997 di Shiller. In questa indagine viene chiesto ad una variegata tipologia di persone se a loro avviso è altrettanto importante tenere sotto controllo l’inflazione monetaria allo stesso modo di altri temi normalmente più in vista, come la diffusione della droga o la qualità della scuola.

Una grande maggioranza degli intervistati (84%) risposero favorendo l’equanime importanza ma, estrapolando (non a caso) quelli che si occupavano direttamente di economia, Shiller ha scoperto che meno della metà (il 46%) condivideva questa opinione, mentre la maggioranza degli economisti riteneva che un controllo rigido dell’inflazione non fosse sempre giustificabile per ogni situazione.

Lo studio del prof. Calvo, convinto sostenitore che l’inflazione, in certe situazioni, porta anche indiscutibili benefici, viene commentato anche in un interessante articolo del New York Times dal titolo “Economists are different from you and me” nel quale mette in evidenza la teoria di questi economisti che vedono un moderatamente alto livello d’inflazione come il miglior strumento utile a ridurre la disoccupazione.

Benché sia lo stesso prof. Calvo a constatare che una proposta siffatta andrebbe incontro ad una robusta opposizione popolare, perché è noto anche a chi non è economista che i lavoratori a reddito fisso sarebbero i primi a patire le conseguenze di una inflazione elevata, tuttavia questa teoria avrebbe anch’essa le sue buone motivazioni, perché la maggiore inflazione avrebbe in parallelo un rialzo dei prezzi che consentirebbe maggiori utili anche tra le piccole e medie imprese, dando quindi un incentivo ad assumere nuovo personale. In questo caso si avrebbero perciò più posti di lavoro, ma meno pagati. Che non è davvero una proposta entusiasmante per i lavoratori, ma in ogni caso, nell’opinione dei suddetti economisti (che è anche la mia), è sempre meglio che l’attuale situazione di cronica e crescente disoccupazione che, continuando le politiche economiche attuali, persisterebbe anche in presenza di una lieve ripresa economica.

Nel mondo cosiddetto “occidentale” tutta la società, a cominciare dai lavoratori, è rimasta ipnotizzata dal miraggio del benessere facile (in Italia considerato quasi un “diritto”), impersonato in qualche modo dal mito americano delle “opportunità per tutti”, che per qualcuno ha funzionato davvero ma ovviamente non può esserlo per tutti indipendentemente dalle proprie capacità e dal proprio impegno. La realtà è che per uno che ce la fa, un milione si deve accontentare non solo di molto meno, ma addirittura di dover vivere in una società che in tema di eguaglianza progredisce come i gamberi, cioè torna indietro.  

Comunque, tornando ai benefici di una politica economica che apra un po’ i rubinetti dell’inflazione allo scopo di avviare la ripresa dell’occupazione, gli economisti che sostengono questa tesi hanno rilevato che, a parte le aziende che licenziano per motivo della crisi stessa, per le altre c’è un freno alle nuove assunzioni dovuto alla stabilità dei prezzi.

Un po’ di inflazione, non nell’ordine di due o tre punti, ma di quattro o cinque, per almeno due o tre anni, consentirebbe di rimettere in gioco diverse componenti dell’economia, a partire, come abbiamo visto, dal mercato del lavoro, che verrebbe galvanizzato da una economia che, seppure stimolata all’inizio da una crescita solo virtuale (perché dovuta all’inflazione) metterebbe comunque in moto un meccanismo di crescita e di fiducia da parte delle imprese assolutamente necessario in ogni azione di rilancio dell’economia.

E un grande beneficio lo riceverebbero anche gli sforzi dei paesi sovrani ultra-indebitati. Perché ogni punto di inflazione sarebbe un punto in più di riduzione reale del debito in conto capitale. Facile qui l’obiezione che aumenterebbero però anche gli interessi sul debito. Si, è vero, però i “grandi” paesi occidentali sono tutti fortemente indebitati, quindi tutti avrebbero interesse (attraverso nuovi accordi e regole) a scaricare almeno in parte sui risparmiatori e sugli speculatori questo onere tenendo il livello dei tassi sul debito molto vicino a quello dell’inflazione.

Non sono soltanto ipotesi di gente qualunque queste. Insieme alla “illuminante” dichiarazione di Larry Summers: “Le crisi sono causate dalla troppa propensione al debito e … vengono risolte aumentandolo ancora di più”, che per sua disgrazia è arrivata a completare un sentimento negativo nei suoi confronti da parte dei senatori democratici ad una sua elezione come Chairman della Federal Reserve Usa (ora assegnato da Obama a Janet Yellen, moglie di George Akerlof), ci sono anche le teorie “pro-inflazione” dei suddetti premi Nobel Shiller e Akerlof, cui posso aggiungere qui di mia iniziativa anche Krugman (ha scritto anche lui più d’una volta a favore di un ritorno ad una moderata inflazione).

Considerando che da gennaio Janet Yellen (moglie di Akerlof) sarà (prima donna) alla guida della Fed americana e che ormai il numero degli economisti favorevoli a questo percorso per rilanciare la ripresa è in continuo aumento, possiamo già prevedere, e sperare per il  bene di tutti, che la nuova medicina anticrisi, dal 2014 in poi, non sia più quella dell’austerità a tutti i costi, ma quella che recita: “un po’ d’inflazione al giorno, toglie la crisi di torno”.