I luoghi comuni sono duri a morire, e parlando di immigrazione si è solitamente portati a pensare al povero straniero disperato arrivato in Italia con barconi fatiscenti e disposto a fare i lavori più umili con salari più bassi. Un’immagine che stride con i dati emersi dall’ultima indagine del Centro studi Cna sull’imprenditoria straniera in Italia, che nonostante il leggero arresto dell’ultimo periodo vedono un aumento del 39,2% nel numero di ditte individuali aperte da stranieri dal 2007 a oggi. Nel 2012 si contano oltre 400 mila “imprese migranti”, in maggioranza operanti nel settore del commercio e dell’edilizia, che creano posti di lavoro, pagano le tasse e contribuiscono al 5,5% del prodotto interno lordo nazionale.

Fatma El Kordy è una delle tante donne conteggiate all’interno di queste statistiche. Nata 64 anni fa al Cairo, è giunta in Italia con una borsa di studio per il corso di scenografia all’Accademia delle belle arti di Roma. “Ho lasciato l’Egitto nel 1979 – spiega Fatma – quando mi sono resa conto che la politica del paese stava cambiando. Ho perso i miei genitori da ragazzina e quindi mi sarei dovuta sposare appena finiti gli studi, ma io sono sempre stata una rivoluzionaria e non ero interessata a fare quella vita. Quindi sono partita, e non per problemi economici. Basti pensare che al tempo la moneta egiziana valeva il doppio di quella italiana, quindi vivere a Roma mi costava molto meno che al Cairo”.

“Finiti gli studi – prosegue – ho iniziato a lavorare per un grande stabilimento che faceva scenografie per la Rai e poi per un’agenzia stampa araba, che aveva la sede proprio sopra il mio attuale ristorante. Ci andavo spesso a mangiare perché era molto carino e ospitale, fino a che un giorno l’ho trovato chiuso. È stato lì che mi è venuta l’idea di dedicarmi alla ristorazione, anche se non ci avevo mai lavorato prima. Ho deciso di impostarlo con una cucina mediterranea raffinata, che mescolasse le mie origini egiziane con la cultura romana che avevo acquisito negli anni. Poi nel ’95 ho dovuto lasciarlo perché avevo iniziato a fare collaborazioni culturali tra Italia e mondo arabo. Nel frattempo sono successe tante cose: mi sono sposata, ho ottenuto la cittadinanza italiana, ho lavorato in una tv araba e ho provato ad aprire una paninoteca in Piazza Navona. Quest’ultima, un’esperienza che mi ha veramente fatto capire quanto complicata e sfiancante possa essere la burocrazia italiana. Così ho lasciato perdere e ho deciso di acquistare la mia vecchia taverna, che nonostante le difficoltà ancora oggi lavora discretamente bene. Il segreto del successo del mio ristorantino credo sia l’ospitalità all’araba, che non rinuncia mai a un sorriso e dove i clienti trovano un punto d’incontro e un contesto amichevole in cui mangiar bene e stare in compagnia”.

“Un lavoro a tempo pieno – continua Fatma – molto faticoso e impegnativo, ma che riempie comunque di soddisfazioni. Anche se fare il commerciante in Italia non è assolutamente semplice, soprattutto in questo momento di crisi. I costi dei prodotti aumentano, ma i ristoratori non possono permettersi di alzare i prezzi perché perderebbero clienti. Inoltre crescono le tasse dirette e indirette e non ti senti mai tutelato dalle ingiustizie che incontri quotidianamente. Non ci sono regole concrete né una concorrenza leale, perché sembra che i tuoi diritti da cittadino ti vengano riconosciuti in base alle conoscenze che hai. Anche per ottenere una semplice autorizzazione per poter mettere dei tavoli fuori al ristorante hai bisogno di essere amico dell’assessore comunale. E qui a Roma c’è tutto: il ministero, il Vaticano e la politica locale, quindi non ci facciamo proprio mancare niente. È un sistema basato sulle amicizie, dove purtroppo non vengono sempre premiati i migliori”.

Interpellata sul successo della cosiddetta “imprenditoria migrante”, Fatma risponde: “Penso che siano perlopiù attività di servizi. Le uniche vere imprese sono le fabbriche in fallimento che sono state recuperate dai cinesi e che producono articoli di ampio consumo, spesso anche aggirando le regole sindacali e statali. Anche perché il sistema incentiva certi escamotage legali, come quando rende più conveniente intestare un’attività a una società srl piuttosto che a nome di una persona. Ma la maggioranza delle attività mi sembrano più che altro degli arrangiamenti, come i mini-market dei pakistani, i fruttivendoli egiziani o altro. Briciole per tirare a campare, niente di più. La verità è che per un immigrato è già difficile prendere un permesso di soggiorno, figuriamoci creare una vera azienda. Mancano strategie politiche di integrazione, come corsi di lingua e formazione professionale. Inoltre non esiste uno sportello unico che informi gli stranieri dei loro diritti e doveri, che ovviamente dovrebbero essere conosciuti e rispettati. Una struttura che creerebbe dei cittadini più consapevoli, con tutti i benefici che questo porterebbe sia allo stato che agli immigrati, che al momento si informano col passaparola”.