“L’Asia è una questione di fortuna”. Da quando ci siamo arrivati, abbiamo indizi costanti di questa grande verità, ma la prova regina è arrivata quando abbiamo deciso di partire per la Cambogia. Vincenza e Stefania insistevano perché le accompagnassimo ad Hanoi, e assaggiassimo anche la cucina del Vietnam del Nord, così diversa da quella del Sud. Ma come primo assaggio quella del Sud ci era parsa sufficiente; e poi avevamo visto che appena sei ore di autobus separano Saigon da Phnom Penh. Impossibile resistere a una puntatina in Cambogia. Salutiamo le nostre amiche con la promessa di una bella cena vietnamita a Milano accompagnata dalle musiche tradizionali, e ci imbarchiamo sui comodi sedili del Mekong Express, che nulla hanno da invidiare a quelli degli onibus sudamericani.

In capo a un paio d’ore, 70 chilometri nei quali la periferia di Saigon non finisce veramente mai, arriviamo nella cittadina di confine di Moc Bai. Il controllore passa in rassegna i passeggeri per ritirare i passaporti. Quando è il nostro turno, unici occidentali, li sfoglia con attenzione, poi scuote la testa. In un arduo anglo-cambogiano spiega che il biglietto di andata e ritorno che abbiamo comprato per 50 dollari non è utilizzabile. Adesso possiamo uscire dal Vietnam ed entrare in Cambogia, pagato il visto; ma l’indomani non potremo rientrare a Saigon con il Mekong Express, perché il nostro visto vietnamita è single entry, ossia prevede una sola entrata, e alla frontiera di terra un nuovo visto per il Vietnam not possible. “Impossible?” “Very impossible”.

Quindi, soldi del viaggio di ritorno buttati, ma sopratutto obbligo di rimanere a Phnom Penh. Noi però abbiamo già comprato il volo da Saigon per Bangkok, per via dalla solita regola del volo in uscita obbligatorio. Non ci resta che scendere dall’autobus, passare la notte a Moc Bai e l’indomani tornare con la coda tra le gambe. Anche il padrone del city lodge di Moc Bai scuote la testa, quando gli raccontiamo la nostra disavventura; si stupisce che ci siamo arresi per così poco. Abbiamo il visto single entry? Si può sempre fare quello multiple entries. “Possible?” “Oh Yes. I can get for you

Ci pensa lui. Se gli diamo subito i passaporti e 50 dollari a testa, domani mattina ce li restituisce con il visto nuovo. Capiamo che dice il vero da come ci parla, e non solo. Siamo in Oriente e qui tutto è possibile, specialmente l’impossibile.

Alle 10 in punto del mattino dopo ci vengono restituiti i passaporti. Abbiamo le ore contate e non siamo più in tempo per un altro Mekong Express, ma almeno possiamo passare il confine a piedi e arrivare a Bavet, il villaggio che da qualche anno, grazie a un accordo tra Cambogia e Cina, è diventato una mecca del gioco d’azzardo. Il gioco è vietato ai vietnamiti in Vietnam; che pure, come tutti gli asiatici, ce l’hanno nel sangue. Nel Cacciatore Michael Cimino non si è inventato nulla; qui si scommettono ancora decine di migliaia di dollari sui combattimenti dei galli, ufficialmente illegali, e fino a pochi anni fa i disperati che si giocavano la vita alla roulette russa c’erano sul serio. Adesso siamo passati alla roulette cinese. Bavet è una delle nuovissime località di confine tirate su con capitali interamente cinesi; così in Cina il gioco resta ufficialmente fuorilegge, però viene finanziato sottobanco nei paesi vicini (ma quanto sono democristiani i comunisti?). 

Superate le due frontiere, ci uniamo alla lunga carovana di vietnamiti in cammino. Lungo lo stradone desolato che taglia le risaie si stagliano le moli gigantesche dei Casino. Il modello dichiarato è la strip Las Vegas, ma questa è una strip postnucleare, che corre tra le baracche, il fango, il marciume, i cani randagi, le capre al pascolo, i galli da combattimento che razzolano tra le tombe (foto 1), bancarelle deserte che evocano i quadri metafisici di De Chirico (foto 2). Eppure, questo villaggio tetro e surreale, è un’immagine eccellente del nostro tempo; il lusso ultravolgare delle cattedrali del gioco e le baracche costruite nell’immondizia le une accanto alle altre, come le due facce della stessa medaglia (foto 3). 

Il caldo è soffocante, ma appena entriamo al Titan King Casino Resort siamo avvolti dai sorrisi delle hostess in minigonna, dall’aria condizionata a palla, e da un numero inverosimile di persone che affolla i tavoli da gioco, urlando, ridendo, imprecando, tracannando birra e ingozzandosi di noodle soup. A differenza dall’Occidente, dove il gioco è il vizio solitario per eccellenza, in Oriente è un’esperienza collettiva; ai tavoli siedono e si accalcano habitué, conoscenze appena nate tra vicini, intere famiglie. Anche i giochi sono completamente diversi: poche slot machine, niente roulette. Un enorme tavolo a ferro di cavallo dove si scommette sui dadi, che vengono scossi dentro una ciotola coperta da una tazza di porcellana. E poi una serie di giochi con le carte, enigmatici fin dal nome.

Ci sono rimasti pochi dollari a testa, e a questo punto scommetterli è quasi un dovere. Ci intestardiamo a capire il meccanismo delle puntate di uno strano poker che si gioca con sette carte. Dopo una serie complessa di ragionamenti, puntiamo. E perdiamo. Delusi, puntiamo a casaccio le ultime banconote (qui non ci sono fiches). Vinciamo a più riprese, ricevendo una salva di complimenti vietnamiti. Ormai disinteressati a capire come abbiamo fatto a recuperare tutto, torniamo nella sauna del tardo pomeriggio. I guidatori di risciò cambogiani ci propongono la traversata clandestina per le risaie oltreconfine, ma noi decliniamo, memori dell’esperienza fatta in Uruguay. Non vogliamo più sorprese, ci diciamo; e in quel momento, puntuale, arriva l’ultima sorpresa. In Cambogia non ci fila nessuno, ma la dogana vietnamita, che è aperta solo fino alle otto di sera, è assediata da una moltitudine impressionante. Oltre lo sportello, intravediamo pile di passaporti in attesa di visto.

A occhio, arrivare a Moc Bai in tempo per l’ultimo autobus per Saigon sembra un’impresa disperata. Ma ormai abbiamo imparato la lezione: non c’è mai una sola strada, e la prima impressione non è mai quella che conta. Ci facciamo avanti nella calca, e stranamente nessuno si ribella, anzi le persone si scostano al nostro passaggio con grazia tutta orientale. Stiamo cercando lo stesso tipo che quando siamo entrati, dietro una piccola mancia, si era occupato di farci timbrare i passaporti. Infatti è  ancora lì, pronto a ricevere mance, passaporti, e a restituirli poco dopo con il visto. Non si capisce come faccia, pare un gioco di prestigio. Ma il gioco riesce. Cinque minuti dopo, mentre la calca alle nostre spalle ondeggia nell’afa, siamo dall’altra parte (foto 4).

(25-continua)