Giunti a quell’età in cui mettersi o togliersi il cappotto è talmente laborioso da creare la fila al guardaroba, un centinaio di ex boiardi di Stato si ritrovano nell’auditorium dell’Iri (che esiste ancora nel palazzone romano di via Veneto oggi di Fintecna) per rincuorarsi l’un l’altro: quella parola, boiardi, fu ingiusta e cattiva. Essi furono, come scolpisce il decano Ettore Bernabei (92 anni), “operatori del bene comune”. L’occasione è la festa per i 90 anni di Antonio Zurzolo, direttore generale dell’Iri dal 1979 al 1988. I sopravvissuti ci sono tutti, e se fosse passato di lì Matteo Renzi – provetto cacciatore di pensioni d’oro – avrebbe potuto fare una bella retata.

Come sempre nelle adunate di reduci, non importa se la guerra fu vinta o fu persa, e il piacere di ritrovarsi cancella il ricordo di trame, tradimenti e vigliaccherie. La parola più gettonata è “etica”, naturalmente. “Siamo una squadra fortissimi”, avrebbe detto Checco Zalone qualora invitato, e invece tocca al più colto Romano Prodi (74 anni, presidente dell’Iri dal 1982 al 1989, e poi ancora nel ‘93- ‘94) annunciare: “Questa è la miglior squadra italiana del Dopoguerra”. Da buon allenatore, non giudica la prova dei singoli, e ha una parola d’incoraggiamento per tutti. Per chi ha regalato l’Ilva di Taranto a Emilio Riva e per chi ha svenduto le Acciaierie di Piombino a Luigi Lucchini, per chi ha privatizzato Telecom Italia un po’ come veniva e per chi ha dato la società Autostrade ai Benetton, per i diversi affossatori di Alitalia convenuti e per chi ha distrutto il mattone di Stato. Qualcuno è ancora in pista, o quasi.

L’ex direttore finanziario Pietro Ciucci, dopo che l’Iri fu vaporizzato dal peso di debiti e tangenti, è stato messo a capo dell’Anas e della fantasmagorica follia chiamata Stretto di Messina. Lamberto Cardia (79 anni) è oggi strapagato presidente di Fs. Prima ha fatto il presidente della Consob e per anni, in nome dell’etica usciva dalle riunioni quando si parlava di Salvatore Ligresti perché strapagava (con poca convinzione, abbiamo scoperto poi) le prestazioni di suo figlio avvocato. Ma prima ancora era il delegato della Corte dei Conti nel consiglio d’amministrazione dell’Iri dove, eticamente e notoriamente, nessuna porcheria sfuggì al suo occhio vigile.

Erano giovani, bravi, onesti. Tutti. Lottizzati? Macché. Ci pensa Gianni Letta (78 anni) a esorcizzare l’argomento: “Prodi protesse l’Iri dal rapporto soffocante con la politica”. Ecco fatto. Non importa più che il povero professore di Bologna abbia definito più volte la sua vita alla guida dell’Istituto “un Vietnam”. Non conta niente che oggi rivendichi come risorsa preziosa l’indole dorotea: “Molte volte sono stato tentato a pensare che la difesa dell’autonomia dell’Iri potesse essere portata avanti in modo più diretto e plateale ma mi sono poi regolarmente accorto che un buon slalom poteva avere risultati più concreti”.

E soprattutto chi ricorda più che Prodi lasciò l’Iri nel ‘94, all’indomani dell’insediamento a palazzo Chigi di B. e Letta, per non lavorare con quelli lì? Il tempo stempera. E così lo zio d’Italia sfotte bonariamente l’amico Romano e gli poggia la mano sul braccio per fargli notare che gli autori del volume Scritti in onore di Antonio Zurzolo “sono 25 e non 101, e questi ti vogliono tutti bene”. Se il tempo stempera, la macchina del tempo tutto consente, anche a Letta di dire una cosa enorme che Villa Arzilla accoglie con condiscendenza: “Da giornalista seguivo da vicino la vita dell’Iri, con un rigore professionale che un tempo c’era, oggi non so, nelle redazioni”.

E meno male che di quel rigore si è persa traccia, vista la descrizione che lo stesso Bernabei ne dette esattamente 30 anni fa al pm Gherardo Colombo: “Alla fine del 1983 ebbi modo di parlare con Carlo Pesenti, proprietario de Il Tempo, il quale mi evidenziò le difficoltà finanziarie del giornale. A tal fine venne a trovarmi nella primavera del 1984 Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio della politica economica dell’Italstat”. Eravamo proprio una squadra fortissimi.

Ma ci pensa il grande giurista Natalino Irti, 77 anni, a spiegare tutto con la più classica delle excusationes non petitae: “Il moralista si compiace del peccato altrui, l’uomo morale cerca di comprenderne le ragioni”. E così giustamente gli uomini morali da sette anni cercano di capire se fu giusto far dimettere dal consiglio Rcs Natalino Irti solo perché lui (ma anche suo figlio) lavoravano per Stefano Ricucci mentre questi cercava di scalare la Rcs. E se Ricucci, un po’ meno raffinato di Zalone, fu morale o moralista nel coinvolgere Irti nella telefonata più celebre degli ultimi dieci anni. Ricucci: “Famo la lista propria, famo tutte ’ste cazzate, che tanto non serve a niente tutta ’sta roba, stamo a fa ’ i furbetti del quartierino”. Fransoni: “Dici proprio parole sante… sono cose… da avvocati di provincia, non da avvocati seri”. Ricucci: “Ecco, no, no questo il professor Irti l’ha fatto. Eh, continuiamo a dar retta a tutte ’ste cazzate…”. E infatti a Villa Arzilla continuano a dar retta.

Twitter @giorgiomeletti

Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2013

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