Amano definirsi “radiologi dell’era moderna” o “guerriglieri della poesia”. Definizioni ben più calzanti, rispetto a quella di enfants terribles del teatro italiano, etichetta che ormai sembra averli stancati, “una reputazione trasgressiva che ci hanno spalmato addosso come pane sulla cioccolata, niente di più soporifero e insopportabile”, riferiscono.

Dopo la rappresentazione di “Wunderkammer Soap #1-Didon”, presso la Ménagerie de Verre, nel 2010, Stefano Ricci e Gianni Forte, duo tra i più imprevedibili nell’attuale scena del teatro di ricerca italiano, e non solo, tornano a Parigi, con “Imitation of death”, in scena fino al 1° dicembre presso il teatro MC93 di Bobigny, alle porte della città. Ispirato all’universo morboso di Chuck Palahniuk, alla sfida con se stessi di “Fight Club”, all’impossibilità di entrare in relazione con l’altro se non attraverso la scorciatoia del sesso e della fisicità, “Imitation of death” trascina sul palco l’uomo contemporaneo, anestetizzato, avvolto dal torpore quotidiano e da un’armatura invisibile di oggetti e connessioni.

In una dimensione che sarebbe un oltraggio chiamare vita, nascosto in una salutare imitazione della morte, rumorosa e sorridente, l’uomo è un individuo in potenza, un simulacro, la cui fede si pratica con il supremo atto dell’acquisto e della condivisione su internet. “A livello planetario, ci siamo trasformati in una colonia di turisti giapponesi, impegnati a scattare le foto mentre sta accadendo la vita”, dichiara Stefano Ricci, “è qui che c’è la puzza di cadavere”. Il duo Ricci/Forte esplora la grande commedia umana che ogni giorno mette in scena una perfetta pantomima, un’allegoria della morte, dotata di una corazza impermeabile che sembra soffocare i corpi, impedire loro di respirare, o di restare in posizione verticale. Come accade nei primi 15 minuti dello spettacolo, forse i più forti di tutta la performance.

Tutto in “Imitation of Death” disturba. I gemiti dei corpi, il rumore delle ossa contro il palco, il nudo improvviso e sbattuto in faccia, al quale, nonostante l’abbondanza, non ci si abitua mai. Le maschere che si trascinano a coppie sul palco, tirandosi per i capezzoli, per i peli pubici. Come coppie svuotate di ogni accessorio. Terrificanti imitazioni della morte di un amore. Le giravolte della mazurka e le rime cacofoniche di Fabri Fibra. Ma è inutile gridare allo scandalo. Alcune teste esitano, coppie attempate si guardano stupefatte, tuttavia la vera intenzione non è la provocazione a tutti i costi. Il teatro di Ricci/Forte segue la scia corsara dell’impudenza di Pasolini, e dai corpi, unici personaggi della performance, trasuda una vera e propria urgenza espressiva, un’esigenza di essere, fare rumore, il forte bisogno di non avere più paura e di vivere. La trasgressione, se c’è, è una conseguenza inevitabile, non un fine ricercato.

Il teatro di Ricci/Forte è un tentativo di dare voce a un bisogno, di trovare una risposta a un punto di domanda “incastrato tra lo sterno e il cuore”, come riferiscono in una recente intervista. L’obiettivo è creare un nuovo immaginario, attraverso lo stupore poetico, e conferire una dimensione epica al quotidiano, riscattarsi dall’immobilità coatta indotta da relazioni personali confinate al reame di internet e dalla schiavitù dell’oggetto, per reagire alla maledizione dell’incomunicabilità. Un male tutto contemporaneo al quale i 16 performer sembrano immuni. Il loro movimento, la forza degli arti, l’intensità dei gesti, diventa la prima possibilità della quale si vorrebbe approfittare.

Come Gianni Forte riferisce durante l’incontro presso il teatro di Bobigny, “è un puro caso che il pubblico sia seduto e i performer in scena, potrebbe essere il contrario”, afferma, “l’unica provocazione che rivendichiamo è quella di voler creare un dialogo con gli spettatori, un rapporto tattile”. Si avverte quasi il desiderio di spogliarsi e correre in scena, saltare tra gli spettatori. Rispondere sì, con un urlo, all’improvviso, alla domanda “Ti va di respirare un po’?”.

Invischiati in un’immobilità devastante, speranze nascoste e desideri inconfessati si rivelano in un assurdo rosario disperato, declamato da supereroi ordinari. Fare l’amore con chi ama solo te. Non trovare più cenere di sigarette nella macchina. Essere soli e felici. Sentirsi dire “Sono orgoglioso di te”. Riuscire finalmente ad addormentarsi in 30 secondi. In breve, restare in posizione verticale e vivere. L’unica vera trasgressione. “Il corpo di qualcuno, amen”.

Il teatro di Ricci/Forte sarà di nuovo a Parigi a gennaio, in occasione del festival Artdanthé presso il Teatro di Vanves, con gli spettacoli “Grimmless” e “Wunderkammer Soap #1-Didon”.

di Valeria Nicoletti