È finita, ma non è finito. Ci sono voluti quattro lunghi mesi per cacciare Silvio Berlusconi dal Senato in forza della legge Severino, ma nessuna legge se non quella della decenza poteva impedirgli di mostrarsi per quello che è sul palco di palazzo Grazioli sferzato dalla tramontana: un vecchio imbonitore, stanco, malandato che recita sempre lo stesso copione e si ripropone per l’ennesima campagna elettorale.

Da vent’anni le solite balle. Vero è che, oltre le truppe infreddolite imbarcate e spedite a Roma per confortare il decaduto dai capataz pugliesi e campani, ci sono 7-8 milioni di elettori che continuano a sperare nella resurrezione dell’adorato Silvio, più per odio verso la sinistra “delle tasse e dell’euro che ci sta rovinando” che per amore di una destra che più sgangherata e rissosa non si può. Eppure i sondaggi oggi dicono che in caso di elezioni questa accozzaglia di forzitalioti, alfanidi e schifanidi, fratelli e cugini di La Russa più alcune rimanenze leghiste, se rimessa insieme dal federatore di Arcore, può battere il Pd di quel fenomeno di Renzi con gli annessi vendoliani, il che la dice lunga sullo stato in cui versa il centrosinistra.

Fa male, dunque, Letta nipote a sperare in una navigazione più tranquilla del suo governo liberato dalla zavorra azzurra, perché al Senato – con sei voti di margine e sotto la pressione dei berluscones avvelenati con i “traditori” del Nuovo centrodestra – può essere davvero il delirio quotidiano, come sperimentò il secondo governo Prodi. Ma neppure il condannato può dormire sonni tranquilli, privato com’è dello scudo immunitario che da ieri sera lo rende passibile di arresto immediato su richiesta delle tante procure che lo indagano, senza contare che potranno perquisirlo e intercettarlo come un qualunque cittadino.

Insomma, potrebbe ritornare premier oppure finire in galera. Da noi funziona così.

Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2013