Nel bel mezzo del proprio delirio senile, in cui i ricordi lontani sono più “a fuoco” dei fatti presenti, Silvio Berlusconi immagina di essere Gregory Peck nel film del 1951 “L’avamposto degli uomini perduti”. Soltanto che ormai la sua evidente confusione mentale frulla le vicende reali e quelle cinematografiche in un grottesco pastiche: l’atletico e integerrimo eroe Silvio Peck difende il fortino Usa dagli attacchi sempre più aggressivi dei feroci indiani della tribù Toghe Rosse e proprio quando sembra soccombere “arrivano i nostri” in soccorso della star: dodici carrette cariche di gatling, le prime mitragliatrici a più canne e azionamento manuale, che sparano proiettili caricati ad affidavit, con cui vengono sbaragliati i truci assalitori.

Un classico della cinematografia americana: il condannato scagionato all’ultimo minuto. Da “pericolosamente insieme” con Robert Redford a “Fino a prova contraria” di Clint Eastwood.

Induceva imbarazzo misto a tristezza assistere a questo revival di Hollywood sul Lambro (Lambrowood), in cui è subito degenerata la conferenza stampa con cui l’illusionista disilluso tentava di illudere e illudersi in un improvviso ribaltamento ad happy end delle sue sorti ormai segnate. Purtroppo per l’ottuagenario divo in disarmo, irrimediabilmente incamminato sul Viale del Tramonto, quella che doveva essere la madre di tutte le prove si è rivelata il solito pacco del cacciaballe; che può essere preso per buono solo fino a quando tale cacciaballe mantiene elevate capacità imbonitorie. Mantiene l’appeal di grande crooner politico. Come tale non è più da tempo Berlusconi, tradito già dall’affanno della voce in slittamento sulla protesi con cui cercava di vendere ai giornalisti presenti la sua merce taroccata.

In effetti cosa ci dicono le carte sull’impareggiabile Frank Agrama? Che per quanto riguarda la sponda affaristica americana, si tratta di un personaggio da prendere con le molle. E con cui invece il condannato evasore, che vorrebbe farsi credere truffato, continuava a intrattenere sistematiche relazioni fiduciarie. Come ha continuato a intrattenere analoghe relazioni con tutta una schiera di personaggi da cui ora pretenderebbe di prendere le distanze, dal momento che lo incastrano: primo fra tutti Sergio De Gregorio, comprato a peso d’oro per far cadere il governo Prodi.

Tornando al film su Agrama, Berlusconi può dire quel che vuole, ma la spiegazione decisiva che ancora manca è un’altra: se non tramite l’amico Frank, da dove proveniva la montagna di fondi neri con cui ha corrotto per decenni parlamentari e giudici, con cui remunerava le forzate delle sue libidini? Money che – secondo costume della Casa – arrivava anche in questo caso “a sua insaputa”?

Infatti ormai serpeggia l’imbarazzo persino tra i suoi yes-men/women più fedeli e devoti, che – almeno per far caciara diversiva nei talk-show – continuano a menarlo con la storia del voto palese sul destino senatoriale del loro datore di lavoro quale vulnus di legalità. Quando, in effetti, l’accantonamento della segretezza dipende – anche se non lo si dice – da ben altro vulnus: il vizietto del Nostro di acquistare parlamentari all’incanto.

Eppure lo stesso condannato, destinato ai lavori socialmente utili (“pulire i cessi”, sintetizza con eleganza e forte orientamento al sociale il diretto interessato), ogni tanto ha un soprassalto di lucidità; e il film cambia finale: dal rosa al dark.

Allora sembrerebbe materializzarsi “il Corvo” di Brandon Lee (1994), in quel “salvatemi o vi pentirete”.

Ma quale è la vera natura della minaccia agitata dal (politicamente) defunto, mentre annuncia la propria reincarnazione nelle vesti di vendicatore? Forse si riferisce a un altro “Corvo”, questa volta del 1943 e per la regia di Henri Georges Clouzot: il massacro di un’intera cittadina a mezzo di dossier diffamatori.

Qualcuno ormai lo chiama “metodo Boffo”.