Che cosa è accaduto della vecchia rispettabile pratica delle dimissioni? Il più delle volte, se ci assiste la memoria, ce lo ricordiamo come un gesto di dignitosa e rispettabile reazione con cui qualcuno, in posizione importante, fermava un dubbio o una obiezione o un dissenso su qualcosa che gli sembrava non rinunciabile, e diceva: “Va bene, basta così, ho detto quello che penso e che credo. Fermiamoci qui”. Non sto parlando delle dimissioni come via di fuga, ma dell’abbandonare un ufficio o un incarico, specialmente se importante, come affermazione della propria dignità. Ma anche nella consapevolezza che, oggettivamente, la persona che si dimette è circondata di obiezioni, incertezze, giudizi discordanti e diversi. Dimettersi vuol dire troncare il discorso che ha a che fare con la tua posizione, ma anche con la tua reputazione, per riprenderlo, libero da incarichi, sulla verità di ciò che tu, non creduto (o non applaudito come vorresti) stavi affermando.

Il caso Cancellieri è esemplare. Il ministro della Giustizia, che adesso è discusso per avere liberato dalla detenzione una persona amica, afferma che, come lei (la signora amica liberata) ci sono altri 101 detenuti che si sono affidati alla sua valutazione e hanno trovato lo stesso aiuto e comprensione nello stesso tempo di giorni e di ore. Come controprova della sua disponibilità a continuare su questa strada di attenzione personale e solidale (che Papa Francesco chiamerebbe “misericordia”), qualcuno, per mettere al riparo il Ministro Cancellieri, ha proposto di istituire un numero verde, a cui ogni detenuto o famiglie di detenuti potranno rivolgersi.

Immalinconisce pensare che nessuno, accanto al ministro, sembra avere avuto il coraggio di sconsigliare sia la finzione dei cento detenuti precedentemente aiutati che il numero verde. Perché immaginare la prima telefonata a quel numero è un lavoro che solo Crozza può svolgere adempiendo alla sua missione di comico. E ci sarebbe sempre il rischio di impaginare quella prima telefonata accanto ai tabulati delle conversazioni Ligresti, che “sono cari amici la cui amicizia – dice legittimamente il ministro della Giustizia,- rivendico”. Ha ragione, è la sua vita. Ma solo alla orgogliosa e dignitosa condizione di dimettersi.  

Deve poter dire: “Sono amica di chi voglio” accettando di sdoppiarsi dalla funzione delicatissima di ministro della Giustizia, perché i suoi amici del cuore sono imputati di reati pesanti, e sono in prigione. In questa posizione, non è di alcuna utilità intrattenere il Parlamento sulle ragioni del caso viste da un personale e privato punto vista. Il Ministro della Giustizia è sistema e simbolo, e non può portare in ufficio i suoi legami, per quanto stretti. Per salvare una persona cara può accadere a chiunque di dover rinunciare a un onere e a un onore (in questo caso tra i più importanti della Repubblica). Ma quell’affettuoso tributo di solidarietà agli amici di una vita non è gratuito. Basti immaginare la moltiplicazione anche solo per due di un simile gesto.

Come vedete, non sollevo in nessun punto la questione della scelta degli amici. Ciascuno ha la sua vita. Quello che un ministro non può fare è rivendicare i suoi legittimi affetti privati davanti al Parlamento, perché a quel punto niente è privato. E se ha l’orgoglio che ha e che ha il diritto di avere, le dimissioni lasceranno senza argomenti i  suoi avversari (se sono avversari i parlamentari che vogliono chiarire e sapere a nome dei cittadini).

Purtroppo il ministro Cancellieri si è dichiarato innocente esattamente come il senatore Berlusconi. Eppure non doveva disputare una sentenza, che ha un alto contenuto soggettivo, (benché regolato da tutte le garanzie processuali). Doveva accettare un fatto oggettivo: il “fuori gioco”, che ferma la partita in modo automatico, e annulla il punto. In questo caso l’incompatibilità. L’incompatibilità fra ciò che ha fatto e i limiti rigorosi, formali, pubblici, del suo ministero, una incompatibilità che nessun numero verde (se anche fosse una cosa seria) potrebbe riparare. Quando ti comporti in modo incompatibile con la tua alta funzione, sei fuori, lo sai e ti dimetti, con tutto il diritto di rivendicare la tua buona fede. Infatti, se ci sono altri casi, sono altrettanto incompatibili e moltiplicano le ragioni di tempestive e dignitose dimissioni. Infatti il Ministro della Giustizia non ha alcun potere di aprire o di chiudere le porte delle prigioni.

Strano che una persona come la Cancellieri che, abbiamo detto, ha una reputazione da difendere, abbia scelto, certo mal consigliata, di mettersi sullo stesso piano del senatore Berlusconi e gridare: “Sono innocente”. Certo, anche Berlusconi avrebbe tratto gran beneficio, quanto a reputazione, dimettendosi prima di permettere ad altri di decidere il suo destino. Però Berlusconi ha sempre considerato un grande vantaggio, nel labirinto dei suoi giochi, non avere una reputazione da difendere. Ecco perché è un peccato che il presente Ministro della Giustizia Cancellieri abbia scelto la stessa strada del condannato Berlusconi. Proclama di essere vittima di una grave ingiustizia, e denuncia il complotto. Conferma se stessa in nome e da parte di se stessa. Un gioco che, persino Berlusconi lo sa, non riesce mai bene.

Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2013