“Benvenuti nella dittatura”, twittano gli spagnoli dai loro account. Niente manifestazioni vicino La Cortes, niente escraches (piccoli gruppi di cittadini che svergognano in piazza i politici), niente video o foto agli agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Proibito avere maschere in viso, con buona pace di Guy Fawkes, o insultare gli antisommossa. La lista è parecchio lunga. Da ore #LeyAnti15M (’15 M’ è il movimento degli Indignados) è l’hashtag per eccellenza in Spagna. Ed è che proprio oggi la Ley de seguridad ciudadana (legge per la sicurezza del cittadino, ndr) è in discussione in Commissione. Se passerà, venerdì sarà già sul tavolo del Consiglio dei ministri.

L’esecutivo del premier Mariano Rajoy ha intenzione di approvare il disegno di legge, che con i suoi 55 articoli andrebbe a sostituire la precedente ley Corcuera, voluta nel 1992 dall’allora governo socialista di Felipe González. Secondo gli indignados, e non solo, si tratta di una evidente provocazione, tanto più che le sanzioni saranno parecchio pesanti: fino a 600 mila euro di multa. Nella tipologia dei reati rientrano anche le manifestazioni non autorizzate, come la famosa acampada a Puerta del Sol del 15 maggio 2011, o quelle davanti al Congresso dei deputati, al Senato, ai parlamenti delle autonomie, ai tribunali o ad altri luoghi considerati “critici”. Edifici pubblici che in questi anni di crisi sono stati spesso oggetto di protesta. Ma non è tutto. Non verrà punito infatti solo chi parteciperà alle proteste, ma anche chi avrà convocato la manifestazione, su Internet, sui social network o su altri mezzi, per aver commesso un’infrazione molto grave. Tra l’allontanamento delle prostitute da luoghi sensibili come le scuole, le misure contro lo spaccio di droga e il divieto dei botellón non autorizzato, il ministro degli Interni Jorge Fernandez Diaz ha messo pure uno stop a chi ostacola il traffico cittadino. Che vuol dire niente sciopero dei tassisti, così com’era accaduto diverse volte nei mesi scorsi.

“Quando si cerca di criminalizzare la società e impedirle di far politica, tagliando qualsiasi forma di espressione, equiparando la disobbedienza civile con pene proprie di misure antiterrorismo, tutti siamo potenzialmente dei delinquenti”, spiega con amarezza Jorge Moruno, sociologo e attivista del movimento degli indignados. “Sono loro – conclude – i primi a distruggere la democrazia in nome della democrazia”. Movimenti, collettivi e piattaforme sociali, come la Pah (la piattaforma per le vittime degli sfratti), sono tutti sul piede di guerra. A maggior ragione perché, secondo fonti degli Interni, il governo aveva in cantiere la legge già ad inizio legislatura, anche se stava aspettando che le proteste di piazza si smorzassero, per evitare lo scontro.

Il pugno di ferro di Rajoy non piace affatto nemmeno all’interno del palazzo. Joan Coscubiela, portavoce di Izquierda Plural, definisce la legge un “calcio in bocca alla democrazia”, “un attacco terribile ai diritti civili”. Anche il deputato Antonio Trevín del partito socialista, considera il progetto di legge un alibi per imbrigliare il diritto allo sciopero, che è un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione”. Tant’è che Eduardo Madina, segretario generale del gruppo, ha già fatto sapere via Twitter che il Psoe farà ricorso alla Corte costituzionale spagnola. E proprio sul social, frattanto, la polemica non ha intenzione di placarsi. Anzi, qualcuno ironizza, ricordando che oggi è il 20 novembre, anniversario della morte di Franco, come a 38 anni dalla fine della dittatura, in Spagna rischi di tornare la repressione di una volta.

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