Nel cronicario a cui si è ridotta la scena nazionale, mentre Berlusconi sembra ormai la caricatura della buonanima di Oreste Lionello che imita Silvio Berlusconi al Bagaglino, Matteo Renzi per fare audience si sceglie sparring partner in disarmo come l’insopportabilmente birignaoso Massimo d’Alema e Beppe Grillo inizia a capire in Calabria come l’estate dei suoi balli volga al termine, in questa terra desolata campeggia ormai solo la figura di papa Bergoglio; eletto all’unanimità da tutti i sondaggi “il più amato dagli italiani”.

Non c’è dubbio che il personaggio ha ben altro spessore, tanto rispetto ai nanerottoli che ci governano come ai suoi diretti predecessori: il teologo tedesco, smarritosi nella caverna platonica indossando eccentrici guardaroba, e il papa guerriero polacco, giunto con la macchina del tempo direttamente dall’Anno Mille.

Insomma, nella scelta affannosa di un qualcuno in cui identificarsi, che caratterizza la società smarrita e la politica prosciugata di idee-forza, il pontefice venuto dall’Argentina può apparire davvero l’ultima spiaggia. Anche perché, grazie anche a quella maschera da caratterista del cinema british (per l’appunto, Jonathan Pryce), si è rivelato uno straordinario uomo di spettacolo e comunicazione.

Eppure il bastian contrario, davanti a un tale unanimismo di entusiasmi, scrolla la testa. In primo luogo perché la rappresentazione del rinnovamento vaticano avviene sempre nella logica dello star system. È possibile che nel nostro Paese non si riesca mai a diventare adulti, per cui si è sempre alla ricerca del gigante buono, del cavaliere senza macchia e senza paura nella cui ombra rifugiarsi. Possibile non si riesca a interiorizzare l’antico insegnamento kantiano secondo cui diventeremo adulti quando cominceremo a ragionare con la nostra testa? Non con quella della star di turno?

A quanto pare la lezione degli ultimi decenni, in cui frotte di supporter fanatizzati e creduloni si gettavano ai piedi di sedicenti guru manipolatori, non è ancora servita a far crescere la capacità critica nazionale a livelli un po’ meno infantili. E qui si arriva al secondo aspetto della creduloneria per fame e sete di certezze: il “chi è” della nuova superstar Bergoglio in Francesco. Perché non va dimenticato che il nuovo papa è un gesuita, ossia arriva da quell’ordine combattente che dalla fondazione si acquartiera al servizio della Chiesa sul fronte più battuto dagli obici del Moderno; variamente etichettabile ma sempre post-religioso. A piacimento: laico, secolarizzato, immanente…

Sono secoli che l’ordine di Bergoglio lavora con straordinaria abilità per determinare mutamenti che lascino invariata la sostanza. Senza mai dare punti di riferimento all’osservatore non della propria parte. Insomma, il gattopardo in chiave ecclesiastica. Sicché, prima di farci definitivamente catturare dalle straordinarie doti affabulatorie del primo soldato della Compagnia di Gesù asceso al soglio pontifico, dovremmo ricordarci che i reiterati annunci di rinnovamento nella millenaria storia immobile dell’istituzione vaticana si sono tradotti in operazioni di immagine, senza cambiarne di una virgola l’essenza: un’organizzazione monopolistica che trasforma la consolazione del dolore umano in materialissimo potere ecclesiastico.

Ad abundantiam, vale la pena di ricordare come anche il nome scelto dal papa – Francesco – richiami (seppure involontariamente) questo marchingegno gattopardesco; visto che il Poverello d’Assisi, mai peritatosi di criticare le gerarchie, venne trasformato in arma contro i veri eretici. Sicché per lui ci fu la santificazione, mentre per altri poverelli il rogo.

Insomma, stiamo all’occhio, prima di abbandonarci al nuovo mito. E magari, come si dice in America “seguiamo il denaro” (let’s follow the money). Ad esempio, daremo maggiore credito a “Bergoglio il neo poverello” se rinuncerà a quella parte di 8permille, non destinato dai contribuenti,  indebitamente dirottato in Vaticano.