La legge anticorruzione non è uguale per tutti. Il testo faticosamente approvato nel novembre 2012 dalle larghe intese versione Mario Monti prevedeva tra le altre cose che per prevenire il fenomeno delle mazzette fosse predisposto un Piano nazionale anticorruzione, poi approvato l’11 settembre scorso dal Civit, la commissione indipendente sulla trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Solo che dall’obbligo di adottarlo sono esclusi “le autorità amministrative indipendenti, le amministrazioni della Camera e del Senato, della Corte costituzionale, della Presidenza della Repubblica, gli organi di autogoverno della magistratura e dell’Avvocatura dello Stato”. La denuncia è contenuta in un’interrogazione parlamentare presentata in Senato da Lucrezia Ricchiuti (Pd, molto vicina a Civati) con la firma di otto colleghi democratici e di Vito Crimi del Movimento Cinque Stelle

Il Piano nazionale anticorruzione – uno strumento preventivo che impone codici deontologici, criteri di incompatibilità degli incarichi, tutela di dipendenti che denunciano malversazioni – vale per tutte le pubbliche amministrazioni, le Regioni, le Asl, gli enti locali, le forze armate, la polizia, ma anche per diplomatici, funzionari prefettizi, docenti e ricercatori universitari e un gran numero di altri soggetti. Per molti, ma non per tutti. La maggioranza delle larghe intese ha pensato che dal bisogno di contrastare le tangenti fossero esclusi di diritto deputati, senatori e tutto il personale di Montecitorio e Palazzo Madama nonché del Quirinale, i vari “garanti” delle Authority,  i giudici della Consulta e del Csm, gli avvocati dello Stato. Ma almeno queste due ultime categorie sono obbligate ad adottare un codice etico.

“Si chiede di sapere se al Governo”, chiedono i firmatari dell’interrogazione, “risultino iniziative predisposte o in via di definizione da parte delle autorità amministrative indipendenti, delle amministrazioni delle Camera e del Senato, della Corte costituzionale, della Presidenza della Repubblica, degli organi di autogoverno della magistratura e dell’Avvocatura dello Stato per applicare i principi di cui alla raccomandazione contenuta nel piano nazionale anticorruzione al fine di implementare un’adeguata politica di prevenzione del rischio corruzione”.