L’autorizzazione per le truppe straniere a fare perquisizioni nelle case degli afgani è l’ultimo ostacolo in ordine di tempo al raggiungimento dell’accordo sulla sicurezza tra Washington e Kabul, cui è legata la presenza dei soldati Usa in Afghanistan anche dopo il 2014. Giovedì 21 novembre la bozza dell’accordo sarà discussa dalla Loya Jirga convocata dal presidente Hamid Karzai.

L’assemblea che riunisce tremila notabili e capi tribali dovrà dare il proprio parere sull’intesa, prima che questa passi al Parlamento. Il parere non è vincolante, ma sono in pochi a ritenere che senza il sì dell’assise tradizionale si possa trovare un’intesa. All’accordo bilaterale è legato il coinvolgimento di Washington nel Paese dopo il ritiro dei contingenti internazionali in calendario il prossimo anno. All’inizio lo scoglio da superare sembrava essere l’immunità per il personale statunitense di stanza in Afghanistan, che in caso di reato dovrebbe essere giudicati negli Usa, almeno questa è la posizione americana. Accettare questa clausola vorrebbe dire che gli statunitensi rimarranno in Afghanistan anche dopo il ritiro delle truppe combattenti, con il ruolo di formare e sostenere gli afgani. Per Kabul vorrebbe dire preservare finanziamenti, si parla di 4 miliardi di dollari, e l’appoggio dell’alleato, oltre a quello della Nato che manterrebbe una missione di sostegno. In caso di no si profila invece la cosiddetta “opzione zero”, già sperimentata quando un accordo del genere non fu raggiunto in Iraq e il contingente statunitense procedette con il ritiro completo. Un’eventualità prospettata alla fine di ottobre da un’analisi di Radio Free Europe/Radio Liberty, emittente legata e finanziata dal congresso di Washington. Secondo quanto scrive il New York Times, la questione delle perquisizioni è diventata il nuovo punto frizione tra le parti nello stendere la bozza d’accordo completata nel fine settimana. Un punto su cui Karzai sembra non voler transigere, sebbene un funzionario citato dal quotidiano newyorkese sottolinei come, forse, il presidente cerchi di non scontentare l’ala più dura della propria amministrazione.

Gli statunitensi devono inoltre tenere a mente il voto per le presidenziali del prossimo aprile, con il rischio che con i politici afgani in campagna elettorale diventi più complicato strappare un patto sulla sicurezza. Critiche alla Loya Jirga arrivano intanto da alcuni senatori che, riferisce l’emittente Tolo News, hanno deciso di boicottare l’appuntamento perché non richiesto dagli afgani stessi. Per altri, si tratta di un’assemblea senza poteri reali per decidere se finalizzare o no l’accordo oppure di uno stratagemma del governo per continuare a rimandare l’intesa, certi che alla fine si deciderà di restare sotto l’ala protettiva di Washington. Per i talebani semplicemente discutere di prolungare il coinvolgimento Usa in Afghanistan è da considerarsi un crimine contro il Paese.

L’attentato che sabato 16 novembre ha fatto 13 morti – tra cui 10 civili – non lontano da luogo in cui la Loya Jirga si riunirà giovedì e la rivendicazione dei turbanti neri a stretto giro dall’esortazione di Karzai affinché i delegati partecipino all’assemblea non hanno fatto che confermare i timori in chiave sicurezza. Mentre si discute degli accordi con gli Usa, arrivano i numeri dell’ultimo rapporto Onu sulla presenza dei turbanti neri. Secondo il documento presentato al consiglio di sicurezza, nel 2013 i talebani hanno perso tra i 10mila e i 13mila combattenti, tra quanti sono morti, sono stati feriti o catturati. Aumentano tuttavia anche i morti e i feriti tra le file della polizia e dell’esercito di Kabul, con la violenza tornata a livelli che non si vedevano dal 2010. Il rapporto sottolinea inoltre quali sono le fonti di finanziamento talebane. Non soltanto la produzione di oppio o i soldi pagati come pizzo per non assaltate i convogli, in calo man mano che le truppe straniere lasciano il Paese. Ci sono anche i fondi ottenuti con lo sfruttamento illegale del patrimonio minerario afgano, soprattutto gemme.

di Andrea Pira