Chi scrive è stato un elettore convinto di Nichi Vendola. Lo è stato, non lo è più. L’ho votato alle ultime due tornate regionali e alle penultime politiche, poi ho smesso. Perché – a mio avviso – di quel post-comunista scapigliato in grado di incendiare la pancia e le idee dei pugliesi era rimasta solo la sua ‘narrazione’. L’uovo Kinder senza sorpresa all’interno. Ma prima di oggi, prima di quelle risate al telefono con Girolamo Archinà, la mia era solo una considerazione politica basata sull’interpretazione di alcune dinamiche. Una su tutte: governava la Puglia, ma voleva Roma. Giustificata ambizione personale di un leader di partito: nulla di male, per carità, ma molti – e io fra loro – lo hanno visto come un tradimento di quella primavera pugliese capace di spazzar via l’era di Raffaele Fitto non solo alle urne, ma anche e soprattutto nella realtà, con un’azione governativa (politiche giovanili su tutto) illuminata e illuminante.

Ora, però, il discorso non può essere lo stesso. Da oggi la sua dimensione pubblica è cambiata per sempre perché abbiamo conosciuto il suo metodo privato. Nichi Vendola da Terlizzi non esiste più, ci sarà solo Nicola Vendola, politico italiano. Che si deve dimettere da Sel. E sì, perché l’intercettazione della telefonata con il pr dei Riva dice tante, troppe cose. Che il siderurgico di Taranto uccidesse, in Puglia, si sapeva da un pezzo: quel tono confidenziale da ‘vecchi amici al bar’ con la gamba mediatica dei padroni dell’acciaio è un montante nella faccia dei tarantini e di tutti quelli che hanno creduto nelle sue politiche ambientali.

Si dirà: lui è presidente di Regione e non poteva non proteggere la realtà produttiva più grande di Puglia e tutto quello che comporta in termini di occupazione. Certo. Ma lo doveva fare nel rispetto del ruolo istituzionale che gli elettori gli hanno assegnato. Questo la gente si aspettava da Vendola. Lo ha fatto? Evidentemente no (come tanti altri), e infatti la magistratura (che lo indaga per concussione) è stata costretta a supplire alle mancanze dei politici. E la vita di Taranto? Bastava il San Raffaele del Mediterraneo da costruire con Don Verzè (su cui nulla dirò perché la questione è un’altra) per fare bella figura nel baratto atroce tra cancro e lavoro? Ecco: su questo tema ora sappiamo anche altro.

Sappiamo che Vendola ha guardato su YouTube il filmato in cui Archinà impedisce (con la forza) a un cronista di fare l’unica domanda da fare a Emilio Riva. Sappiamo che si è divertito. Sappiamo che ha telefonato ad Archinà e gli ha fatto i complimenti per “lo scatto felino”. Sappiamo che ha riso. Lui e il suo capo di gabinetto. Ma ai Riva, quelle domande sui tumori e i morti, non doveva farle il governatore pugliese? Non doveva esigere spiegazioni e prendere provvedimenti? Di sicuro ha riso, di una censura grossolana e in barba alla libertà di stampa. E con chi poi? Con il braccio armato dei Riva…

Non solo. Sappiamo anche (anzi, lo sapevamo già) che ha organizzato un incontro con Archinà dopo il polverone seguito alla diffusione dei dati Arpa sul benzo(a)pirene. Sappiamo che Vendola, dopo complimenti e risate per il bavaglio plastico, ha detto: “Può riferire ai Riva che il presidente non si è defilato”. E’ vero. Non si è defilato dalla protezione del lavoro (con mezzi e metodi tutti da discutere…). Ma con quella telefonata e con quel tono si è defilato da ciò che rimaneva del “Nichi Vendola da Terlizzi, post-comunista scapigliato” ed è diventato un politico come altri: che sussurra all’orecchio dei potenti, che considera le domande dei giornalisti inutili fastidi (ieri per una giornata intera non ha risposto alle telefonate e agli sms del Fatto Quotidiano, ma questa è un’altra storia), che vede la Fiom come il miglior alleato dell’Ilva.

Francamente insopportabile, specie per chi guida un partito che si chiama Sinistra Ecologia e Libertà. L’ecologia se l’è giocata, la sinistra chissà. Resta la libertà. Di far cosa? Di decidere se dimettersi.