Quando lavoravamo insieme a La7, durante le riprese de La Gaia Scienza, il geologo Mario Tozzi mi raccontò un interessante episodio. Era ad un convegno dove aveva appena tenuto un intervento sugli effetti devastanti che i mutamenti climatici dovuti all’inquinamento potevano causare alla Terra. Durante una pausa fu affiancato da un uomo che gli sussurrò: “Certo che voi scienziati godete a portare sfiga”. Si tratta di un caso limite. Ma è innegabile che i moniti, la richiesta d’attenzione a un comportamento più responsabile, i veri e propri allarmi che vengono lanciati dalla comunità scientifica e dalle associazioni ambientaliste, a volte vengono vissuti con ineluttabile indifferenza se non proprio con insofferenza. La nostra vita è già piena di cose a cui pensare, problemi da affrontare, figuriamoci se possiamo interessarmi dell’estinzione del panda o delle balene.

Mi è capitato di assistere a discussioni in cui gli attivisti di Greenpeace (per esempio) vengono considerati un gruppo di hippies fancazzisti, magari romantici, che con la scusa dell’ambientalismo girano il mondo dando l’assalto alle petroliere o scalando monumenti. Così, come se fosse un passatempo come un altro. Un modo per fare un video da mettere su youtube ed avere tanti contatti. E poi: non ci sembra davvero distante (sia geograficamente che concettualmente) una battaglia per trasformare l’Artico in una sorta di “Santuario Globale”, patrimonio dell’Umanità?

Questo è il punto. E questo è il valore di battaglie del genere. Quando tragedie enormi irrompono nelle nostre case – magari mediate dalle immagini televisive – l’impatto emotivo è così forte che non possiamo non sentirci coinvolti. La battaglia più grande di organizzazioni come Greenpeace, forse, è proprio questa: avvicinarci a un problema che ci sembra lontano. Rimando al loro sito per approfondire i temi in questione.

Quello che invece è necessario ricordare è che, dal 18 settembre all’altro ieri, trenta attivisti sono stati detenuti (in maniera illegale ed arbitraria) a Murmansk (nell’estrema parte nord occidentale russa) in diverse strutture di detenzione preventiva intorno alla città, la più lontana a 150 chilometri. Alcuni senza riscaldamento, alcuni rinchiusi insieme a condannati per altri reati. Da due giorni sono stati trasferiti a San Pietroburgo. Gli stessi responsabili di Greenpeace fanno sapere di non avere dettagli precisi sulla condizione di prigionia attuale. Ma tutto fa pensare che un carcere russo non meriti recensioni positive su TripAdvisor.
E’ comunque un’esperienza sconsigliabile a chiunque. Sconsigliabile come quella di vedere la propria nave abbordata da militari in assetto di guerra e chi ti puntano addosso dei mitra.
La prima accusa è stata quella di “pirateria”. Che è un po’ come accusare una persona a cui si è dato un pugno di “resistenza facciale”.

A questa (che può comportare una pena fino a 15 anni di detenzione) si è poi aggiunta quella di “vandalismo” (7 anni). Se continua così li accuseranno anche di essere i responsabili della guerra fredda e della moria delle vacche del film con Totò e Peppino. Accuse formalizzate anche nei confronti di Cristian D’Alessandro, italiano, biologo napoletano e membro dell’equipaggio della nave Arctic Sunrise. 

Suggerisco umilmente a tutti gli organi di stampa di ricordare quotidianamente il caso e richiedere a gran voce la liberazione di tutti gli attivisti di Greenpeace.
Quando – ad esempio – in una zona di guerra viene sequestrato un giornalista, si dice, giustamente, che era lì anche per noi. Per fare informazione. Per farci conoscere la verità. Mi sembra che si tratti dello stesso identico caso.

Perché, non so voi, ma io alla sfiga non ci credo. All’impegno civile sì.