Il primo Campo di Concentrazione tedesco fu aperto a Dachau mercoledì 22 marzo 1933. “Abbiamo preso questa decisione – annunciò il capo della polizia Himmler – per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio”. Vi venivano rinchiusi, senza processo, mendicanti, vagabondi, zingari, oppositori, omosessuali e altri “elementi asociali”, e poi persone considerate dalle autorità e da gran parte della popolazione non del tutto appartenenti alla razza umana: ebrei, polacchi, russi, rom, slavi. Il Campo funzionò regolarmente per circa tredici anni, nell’indifferenza della popolazione circostante. Venne chiuso domenica 29 aprile 1945 da unità della 42ma e 45ma divisione di fanteria Usa. Queste ultime provvidero nei giorni successivi a rastrellare i pacifici abitanti di Dachau ed a condurli sotto scorta armata all’interno del campo per rendersi conto di persona delle atrocità ivi commesse.

Oggigiorno è molto difficile che in Germania tornino delle leggi razziali e dei lager. Perché i tedeschi non hanno affatto rimosso ciò che avvenne in Germania negli anni Trenta e Quaranta. Si sono accettati colpevoli, hanno guardato in faccia l’orrore. Hanno istituito – e applicato – delle leggi per vietarne la ripetizione. Hanno introiettato profondamente nella loro cultura il “mai più”. Si sono comportati da uomini, pagandone tutto il prezzo, non da bambini simpatici che non debbono rispondere mai di niente. Gli italiani no. Dei coevi crimini italiani (i gas africani, i lager, le stesse leggi razziali), il ricordo è stato sempre accuratamente rimosso (“italiani brava gente”), nascosto sotto il tappeto dell’allegra bonomia nazionale. Le leggi contro il fascismo, imposte dall’opinione estera, non sono mai state applicate: dei forti partiti fascisteggianti, espliciti come il Msi o impliciti come la Lega, hanno avuto peso politico e consenso popolare. Governi “di centrodestra” – come da noi vengono pudicamente definiti – hanno riportato nella nostra vita politica pulsioni e comportamenti pratici (razzismo, leggi razziali, campi di concentramento) che in Germania non sarebbero mai stati ammessi.

Il risultato è che noi, popolo italiano, fra il 2002 e il 2013 abbiamo ammazzato 6707 esseri umani, “razzialmente inferiori”, colpevoli di aver cercato di mescolarsi a noi privilegiati; e abbiamo rinchiuso i superstiti nei campi. Questo non ci verrà perdonato. Coloro che studieranno l’Italia fra vent’anni avranno un’opinione precisa del nostro popolo: quella che noi oggi abbiamo dei pacifici cittadini di Dachau. Ha ucciso più esseri umani la Repubblica (questa repubblica, la “seconda”, non quella della Costituzione) di quanti ne abbia ucciso il fascismo prima di Salò. E questa è la nostra grande rimozione, su cui basiamo tutto. Non potremmo, diversamente, parlare di grandi problemi e di “politica” senza profondamente vergognarcene, da futili e puerili chiacchiere di smemorati.

Un mese da Lampedusa: e chi ci pensa più? Una cosa, in tutto ciò, riesce ancora a stupirmi. Nessun ufficiale italiano, per quanto io ne sappia (gli ultimi a mia conoscenza furono gli elicotteristi che si rifiutarono di bombardare edifici abitati, diversi anni fa), si è esplicitamente rifiutato, in questi undici anni, di eseguire ordini manifestamente contrari all’umanità e all’onore militare. Diversi episodi del genere si verificarono invece sotto il fascismo: Carlo Fecia di Cossato, ufficiale sommergibilista, si rifiutò ad esempio di eseguire l’ordine di non salvare i naufraghi delle navi silurate; e non fu il solo. La povera Italia di quei tempi, pur sotto una dittatura, esprimeva alle volte anche dei militari così. Per me, cresciuto in mezzo a loro, questo è motivo di rimpianto è – paragonando ai tempi attuali – di dolore.

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