Riprendo il discorso di Caterina Soffici su Londra e lo sposto “al di qua” della Manica, in Olanda, un paese minuscolo ma investito dalla prima diaspora italiana del terzo millennio, tanto quanto altri gettonatissimi paesi del Nord Europa come Gran Bretagna e Germania. Secondo l’Aire le iscrizioni al registro dei connazionali nei Paesi Bassi, sono aumentate vertiginosamente negli ultimi due anni e solo nel Comune di Amsterdam, dove risiedono cittadini di ben 181 nazionalità diverse, siamo settimi in cifre assolute e addirittura, tra gli europei, la terza comunità, subito dopo tedeschi ed inglesi.

Gli italianen che emigrano in Olanda non sono molto diversi da quelli del video di Servizio Pubblico su Londra; molti hanno un titolo di studio, sono ambiziosi e soprattutto incazzati neri.
Incazzati perché si sentono  traditi dal sistema Italia; prima “sedotti” con l’invito a studiare e formarsi e poi “abbandonati” perché lavoro non c’è. Nella loro “vita passata” avevano già bevuto l’amaro calice della disoccupazione e del precariato fino alla feccia, mentre la politica italiana si occupava a tempo pieno di Berlusconi. A loro, dunque, non è rimasto che acquistare un biglietto low-cost e provarci.

“Tanto peggio di com’è in Italia non può andare, no?” ti dicono i tanti italianen che incontri ad Amsterdam. Beh, forse no. Peggio, certamente no. Peggio soprattutto delle parole del ministro Saccomanni, che vorrebbe “aiutare” i giovani emigrati non a rientrare ma, udite udite, a stabilirsi all’estero è probabilmente difficile. Difficile da credere le abbia potute pronunciare, non fosse altro perché gran parte dei giovani (e meno giovani) nuovi emigranti, dell’aiuto del paese che li ha messi alla porta, non saprebbero cosa farne.

Se il ministro li cercasse in Olanda, per esempio, scoprirebbe in quante migliaia lavorano in proprio o presso aziende, associazioni e addirittura enti pubblici. Lavori trovati o creati da soli sui quali l’Italia non può vantare alcun merito o paternità. Più che altro per questioni di decenza.

Gli esempi non mancano; mi viene in mente un’importante istituzione culturale olandese ha un solo dipendente straniero (che tra l’altro non parla nederlandese) e questo dipendente è un italiano, che occupa un posto ambitissimo, ottenuto senza conoscere nessuno. Stesso discorso vale per l’università e per gli enti di ricerca: la differenza con casa nostra, in fondo, è che basta mandare un curriculum ed attrezzarsi per l’eventuale processo di selezione. Quasi un gioco da ragazzi, rispetto al percorso accademico (di guerra) di casa nostra: li ci vuole spirito di auto-promozione, pazienza e tanti amici. Qui preparazione e perseveranza. Ma dalle istituzioni al supermercato, la storia è la stessa: la sola ed unica volta che ho intravisto presso la catena Albert Heijn, un lavoratore straniero che non parlasse olandese, questo lavoratore era italiano. Per non parlare del minuscolo pub di zona, a pochi passa da casa mia, nella periferia est di Amsterdam: clienti olandesi, unica barista straniera, una ragazza italiana.

Tanti italiani lavorano come chef e camerieri, molti con in tasca lauree e master, “parcheggiati” in attesa di trovare qualcosa di più adeguato alla loro preparazione: difficilmente inglesi o tedeschi con titoli di studio universitari, accetterebbero di ricominciare da zero, con lavori manuali e mal retribuiti. Gli italiani lo fanno. Magari lamentandosi, come è nella nostra indole ma tutto si può dire della nuova generazione di emigranti del Bel Paese tranne che sono “choosy”. O fannulloni. 

Al massimo sono professionisti nell’autostereotipizzazione: in un divertente film olandese sui più comuni clichè delle minoranze etniche locali,  un giovane di origini marocchine dice “i surinamesi pensano, che gli antilliani pensano di loro, che sono snob”. Quindi: “gli italiani pensano, che gli stranieri pensano di loro, che sono fannulloni”. E invece, nella mia esperienza decennale all’estero, ho riscontrato esattamente l’opposto: siamo considerati eccellenti lavoratori, ci apprezzano per il lato umano, per la loquacità (al limite della logorrea..) e per l’abilità con le relazioni interpersonali.

Però gli ottimi risultati ottenuti dagli italiani in fuga pare non abbiano avuto alcun effetto traino sul paese. Anzi: a giudicare dal ruolo marginale, riservato dal ministro Saccomanni alla questione dei giovani emigranti, nella sua visita londinese, sembra quasi che la situazione attuale abbia suggerito al governo una geniale idea per affrontare la questione dell’esodo in corso: assecondarlo. Così, mentre i giovani polacchi tornano a casa, ed il governo è ben felice di riprenderseli, in Italia le cose vanno diversamente: se andate, per cortesia, restateci. Faranno di tutto per aiutarvi a non tornare.