Scosso. Sono molto scosso da quello che è successo a Salerno, come ogni volta che accade qualcosa di traumatico nel mondo che amo, quello dello sport. E’ solo la punta dell’iceberg, cadere dal pero è folle. Ma ogni volta è una coltellata, ogni volta fa più male. Vorrei evitare l’esecrazione fine a sé stessa (per quanto dovuta) ed il merito della vicenda, per focalizzarmi sulla valenza generale degli squallidi episodi dell’Arechi e dintorni (peraltro evidentemente annunciatissimi).

  1. Chi crede sia un problema geografico o comunque circoscritto è impreparato e/o minimizzatore. Buttarla su Nord vs. Sud, su calcio vs. altri sport, su tifosi sani vs. violenti significa solo cercare di evitare il nocciolo del problema. Idem provare a buttare la croce sugli ultras (sia come categoria che come tifoseria organizzata della Nocerina) o sui calciatori (anche se quei finti infortuni sono un monumento a quello che NON si deve mai fare, per alcun motivo). Occhio, non sto dicendo che siccome ci sono delle responsabilità diffuse allora quelle individuali evaporano. Sto dicendo invece esattamente il contrario, e cioè che una volta stabilite le scontate responsabilità individuali bisogna andare oltre. Simili schifezze non sono una piccola macchia che rovina il vestito buono di un organismo sano ma l’emergere traumatico e violento di un gigantesco problema culturale e sociale.

  2. Sullo striscione dell’aereo leggero campeggiava la parola “rispetto”. E un’altra parola, “onore”, è stata il leit-motiv delle “rivendicazioni” (???) avanzate. Rispetto e onore, ancora loro. Come in “uomini di rispetto”, “uomini d’onore” per dire. Il paradigma mafioso che torna limpido e visibile, l’idea che degni di queste sacre parole siano quelli che la giustizia (“g” minuscola, grazie) la esercitano direttamente, in proprio. Se necessario con la forza, l’intimidazione, l’inganno. Che volete che siano questi, solo piccoli danni collaterali, giustificati quando a comandare sono quelli “giusti” (ri-minuscola). Ad atterrirmi è lo sdoganamento della distorsione mafiosa di questi concetti, ben oltre la schiera di affiliati e fiancheggiatori (ed ultras ovviamente). Rispetto e onore si pretendono (e si danno irresponsabilmente) per chi “lotta”, per chi “si oppone”, per chi “è contro”. Pazienza se è fuori dalla legge, fuori dal vero Rispetto, dal vero Onore, dalla vera Giustizia. Tanto, se non fa il prepotente lui fa il prepotente un altro. O in alternativa/subordine lo Stato, il Governo ladro, i magistrati corrotti e i poliziotti violenti (che ovviamente esistono ma non esauriscono le categorie, proprio come nel caso della forte maggioranza di tifosi e calciatori genuini).

  3. Il rito dell’interruzione come dimostrazione di “onore” dopo una trattativa (ancora quella parola) non è nuovo. Mi colpisce al cuore la sottomissione della maggioranza ad una minoranza che vorremmo relegare lontano da noi. Quando però diciamo correttamente che è una minoranza, non possiamo perdere di vista la remissività della maggioranza. Incapace di isolare culturalmente certi comportamenti, di fare squadra davvero (non per fingere gli infortuni), di prendersi la responsabilità nel nome di qualcosa di più importante dei propri interessi o delle proprie opinioni. Un qualcosa che si può chiamare Sport o Stato, è la stessa identica cosa. Le regole che non condividiamo, le decisioni che riteniamo sbagliate, le cose che non ci vanno a genio, vanno accettate con gioia anche se gravose. Arrivino dall’arbitro, dal Giudice, dal Questore, dalla Federazione o dal capufficio. Possiamo e dobbiamo contestarle, anche con fermezza, ma non ergerci al di sopra di esse. Altrimenti non c’è più convivenza civile ma solo convenienza incivile. E a chi vi dice che questi sono discorsi da pavido o cerchiobottista, fate una bella pernacchia. Perché oltre al resto protegge anche, più o meno consapevolmente, precisi interessi economici. Che trovano pure nello sport altrettanto precisa espressione.

Combattiamo la cultura omertosa della maggioranza, cioè noi. Quella cultura che alligna non solo in certi territori, non solo in chi è intimidito. E’ ora di odiare gli indifferenti, e lo dice uno che non condivide necessariamente altri passaggi gramsciani. Siamo noi a doverci riprendere quello che è nostro. Sia una partita di calcio, o qualcosa di infinitamente più importante.