La sua musica è un amalgama di generi e influenze tipiche di chi ha girato il mondo chitarra alla mano: Antun Opic, cantautore e compositore di stanza a Monaco di Baviera, come molti ragazzi della sua generazione è nato da genitori di due diverse nazionalità: tedesca e croata. Ed è proprio da questa mancanza di radici che deriva la sensazione di sentirsi “europeo”, o meglio, “cittadino del mondo” a dispetto delle sue origini. Canta in inglese “perché l’inglese è la lingua dei grandi cantautori e della musica con cui sono cresciuto, ed è universale in un mondo che sembra rimpicciolirsi giorno dopo giorno”. Dopo aver trascorso svariati anni a perfezionare la teatralità delle sue esibizioni attraverso il collettivo di punk cabaret “Storm & Wasser”, con il quale ha girato l’Europa portando in giro performance che mescolano la musica e il teatro, Antun ha fondato il progetto che porta il suo nome Antun Opic, assieme al suo vecchio maestro di chitarra Tobias Kavelar e al bassista Horst Fritscher. Alla fine di settembre ha pubblicato il suo primo disco intitolato “No Offense”, composto da 12 brani – su tutti Hospital – che recuperano un certo spirito bohèmienne, in cui emergono piacevoli venature folk (con rimandi a Bonnie Prince Billy, Bon Iver e The Tallest Man On The Heart) e gitane (chiare le influenze di Django Reinhardt). L’abbiamo intervistato in occasione della presentazione in anteprima del suo nuovo videoclip The Informer.

Antun, se la tua vita fosse un film, quale sarebbe e perché?
Stranger than Paradise – Più strano del Paradiso. Jim Jarmush non lavorava con uno script. Lui puntava la macchina da presa sugli attori e lasciava che la storia si sviluppasse da sola.

Quando e come hai iniziato la tua attività di musicista?

La mia vita è sempre stata piena di musica. Fin da bambino ero convinto che suonare e cantare canzoni sarebbe diventata la mia professione. Così, fin da allora, lavoro per quello: investo il mio tempo e le mie energie in quella direzione. Ovviamente ho fatto parte di un paio di band. E ho sempre suonato la mia musica. La svolta arrivò circa due anni fa quando decisi di mollare tutto ciò che non fosse in qualche modo collegato alla musica. Da allora lavoro al mio progetto. No Offense è il mio debutto, a parte qualche demo registrato in passato.

Dopo una pionieristica collana di registrazioni vintage, finalmente, arriva questo “No Offense”.
No Offense
è un disco veramente molto personale. L’abbiamo registrato in salotto, in circa un anno di tempo. Non ci siamo rivolti a uno studio di registrazione né abbiamo coinvolto un produttore. Per tutti noi è stata un’esperienza molto intima e profonda. C’erano abbastanza spazio e tempo perché le canzoni si sviluppassero. Una volta finite le nostre parti, chiamavamo altri musicisti per aggiungere un tocco in più. Questo è uno degli aspetti migliori del nostro tempo, la tecnologia digitale che ci ha permesso di lavorare in questo modo.

Di cosa parlano le canzoni?
Quando scrivo credo dei personaggi. Molti di questi sono dei veri e propri nerd. Quelli che normalmente sono considerati poco interessanti. Borderline. A me piacciono quel tipo di cose. Le cose che normalmente vorresti nascondere alle persone che ami. In No Offense ci sono il classico perdente, lo spione, il senza tetto di Hospital. Quando suono la mia musica dal vivo lascio che questi personaggi mi scivolino addosso. Un po’ come mettere in scena uno spettacolo teatrale.

Quale canzone del disco ti rappresenta di più?
Non riesco a sceglierne una. Tutte le canzoni del disco in parte mi rappresentano e in parte vivono di vita propria. Quel che mi sento di dire è che Moses è per me il pezzo centrale dell’album.

C’è qualche artista in particolare a cui ti ispiri?

Ho moltissime influenze. Non c’è un artista particolare che ascolto più di altri. Da bambino amavo i cantautori come Cat Stevens, Nick Drake e Tom Waits oltre a band come i Queen o i Dire Straits. Ascolto molta musica tradizionale, sia dalla Croazia sia musica africana. Posso passare dall’ascoltare Django Reinhardt al nuovo disco dei Muse a Lhasa de Sela in un attimo. Non ho preferenze di genere. Amo la varietà e la qualità.

In virtù delle tue esperienze sul campo, che differenze hai notato tra l’ambiente italiano ed estero?

Ho notato che il pubblico italiano è molto interessato alla musica acustica, al folklore e alla musica tradizionale. Molto più del resto dell’Europa occidentale. Ho anche notato che anche l’italiano medio sembra più aperto alla musica tradizionale rispetto alla Germania e all’Inghilterra.

Se negli anni 90 si portava avanti la filosofia cosiddetta DIY, oggi credi che l’Indie risieda nel web?
Dal mio punto di vista la filosofia DIY è molto più forte ora che negli anni Novanta. Al tempo l’industria musicale era ancora molto forte. Se avevi un’etichetta che finanziava e distribuiva la tua musica e i tuoi video in tutto il mondo era molto facile avere “successo”. Ora invece l’industria musicale è radicalmente cambiata. Non investe più in nuovi artisti. Preferisce mantenere lo status quo. I nuovi artisti hanno quindi trovato modalità alternative per ottenere attenzione e ascolti. Sono d’accordo con te che il web è uno strumento molto utile, soprattutto se hai delle idee innovative. Inoltre non si devono più spendere migliaia di euro per raggiungere il pubblico. Mi piace dire che viviamo in tempi molto difficili, ma allo stesso tempo molto interessanti!