Comincia sabato 9 novembre il terzo plenum del Partito comunista, l’incontro che dovrebbe sancire la via delle riforme per i prossimi dieci anni. Vi parteciperanno i 376 membri del Comitato centrale, sarà a porte chiuse e si concluderà probabilmente con un comunicato reso pubblico il 12 novembre. Una riunione che avverrà in un clima di tensione, dopo che solo qualche giorno fa si è verificata un esplosione nello Shanxi di fronte alla sede del quartier generale del partito causando un morto.

La Cina si trova di fronte alla sfida più grande: costruire i pilastri di una grande transizione economica e sociale, che le permetta di diventare economia evoluta, meno industriale e votata all’export, più sostenibile e trainata dai consumi interni.Per fare questo, bisogna trasferire sempre più percentuali di Prodotto interno lordo dalle élite legate ai grandi conglomerati industriali di Stato, alle famiglie: i consumatori. In questo senso, alcune riforme sono particolarmente urgenti, come la prima è la riforma della proprietà della terra e la sua liberalizzazione.

L’autorevole rivista economica Caixin rivela che alcuni terreni classificati come “rurali” potranno essere messi liberamente sul mercato. È un primo segnale in direzione di quel “mercato unificato della terra” di cui l’attuale leadership parla da tempo. In Cina, i terreni si dividono in urbani e rurali. Quelli rurali non sono posseduti privatamente dai contadini, hanno invece natura “collettiva” sotto il controllo dei funzionari locali. Questo dà luogo a molti abusi e soprusi, con gli stessi funzionari che, per riempire i forzieri del governo locale (cronicamente in deficit) e spesso anche le proprie tasche, cedono i terreni a grandi progetti immobiliari, per lo più speculativi, espropriandone i contadini senza dovuti compensi.

Per farlo, utilizzano il meccanismo dei “land-swaps”, che consente di “scambiare” lotti rurali con lotti destinati allo sviluppo urbano, a patto che la quota complessiva di terreno destinato all’agricoltura, su scala nazionale, resti intatta. Dove sta il trucco? Basta aumentare la quantità del terreno agricolo, radendo al suolo villaggi di casette a un piano e sostituendole con grattacieli di trenta, così intorno si libera più spazio. In questo modo diventa poi possibile scambiare quella quota “in più”, con altri terreni agricoli, più costosi perché più vicini alle città, dove costruire. La legalizzazione della vendita stabilisce di fatto che anche i contadini possano avere una fetta della torta.

Un problema resta però inevaso: la continua cementificazione del territorio che, tramite il trucchetto dei “land-swaps” o la legalizzazione della vendita, rosicchia sempre più spazio alla campagna a vantaggio di grandi cattedrali nel deserto, ovvero progetti immobiliari. C’è poi la necessità di creare un sistema del credito efficiente. I cinesi hanno oggi il problema che i soldi depositati in banca non restituiscono loro altri soldi, perché i tassi di interesse sui depositi sono tenuti artificialmente bassi, addirittura al di sotto dell’inflazione. Il basso costo del denaro favorisce di fatto le grandi imprese di Stato e il settore immobiliare, che necessitano di liquidità a credito.

Quasi tutti i media sostengono che il terzo plenum metterà mano alla riforma dei tassi d’interesse. Lasciandoli totalmente oscillare in base al mercato? Improbabile. È più facile che si scelga una soluzione graduale. Alla leadership di Pechino è tuttavia chiaro che si tratta di trasferire risorse dalle grandi imprese di Stato (banche comprese) al settore privato, piccole medie imprese più dinamiche e famiglie di consumatori. A buon intenditore, poche parole. La campagna anticorruzione del presidente Xi Jinping può continuare.

di Gabriele Battaglia