In trasferta, vinciamo sempre noi. O, almeno, vinciamo spesso. Specie negli Stati Uniti. Ci sono elezioni, all’estero, il cui risultato diventa un trionfo italiano. E’ successo ad esempio con Barack Obama nel 2008, più che nel 2012 –ma quello fu un fenomeno universale-. Ed è successo la scorsa notte, con il trionfo a New York dell’italo-americano Bill De Blasio: a vedere lo spazio e l’entusiasmo dei media italiani, pare proprio una gloria italica. Ora, De Blasio, origini sannite, famiglia multietnica, cuore democratico, è uno che piace: a noi e, tantissimo, ai newyorchesi, che l’hanno scelto come sindaco con una maggioranza che altrove nel Mondo suonerebbe inquietante. Però, a) non è una novità; e b) non è un italiano.

Non è una novità perché di sindaci italo-americani New York ne ha già avuti tre, Fiorello La Guardia 1931-’44 – un eroe della Prima Guerra Mondiale, quello dell’Aeroporto nel Queens-, Vincent Impellitteri 1950-’54 e Rudolph Giuliani, 1993-2001, il sindaco sceriffo, uno degli eroi dell’11 Settembre; e di governatori italo-americani lo Stato di New York ne ha avuti due, i Cuomo padre Mario e figlio Andrew –tuttora in carica-. Non è un italiano, perché, man mano passa il tempo, questi italo-americani, ovviamente, sono sempre più americani e sempre meno italo, anche se De Blasio non è goffo come altri emigrati della terza generazione quando si esprime in italiano. Abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie l’imbarazzo dei Gala della Niaf (National italo-american Foundation), che ogni anno sciorinano a Washington l’orgoglio italo-americano, premiando ‘Mister Rossi’ –pronuncia ‘Rossai’, con l’accento sulla a e quasi una sola s- nel cui passato ci sono i sacrifici di nonni o genitori emigrati e nel cui presente c’è il successo finanziario.

E, poi, se proprio volessimo impadronirci delle vittorie, dovremmo sentire nostre le sconfitte. Ieri, De Blasio ha vinto, ma Ken Cucinelli – per fortuna – ha perso in Virginia, dove puntava a diventare governatore col voto dei Tea Party. E dovremmo interrogarci sul perché nessun italo-americano ha mai ottenuto la nomination alla presidenza: non ci provò Mario Cuomo, quando pareva potesse farcela; e, nel 1984, i trascorsi ‘mafiosi’ del marito danneggiarono Geraldine Ferraro, prima donna candidata alla vice-presidenza. Sento già chi mi corregge. Un italo-americano fu il candidato democratico nel 1928: è vero, nacque Alfred Emanuele Ferrara, ma al voto si presentò come Alfred E. Smith – sfido chiunque a riconoscervi un ‘paisà’- . E, comunque, perse. Contro Herbert Hoover, passato alla storia come il peggior presidente degli Stati Uniti, perché gli capitò tra capo e collo il crollo di Wall Street nel 1929. Ferrara/Smith, in fondo, la scampò bella. E pure noi: ci sarebbe rimasta addosso un’etichetta indelebile.    

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