Non c’è mai stata l’emergenza rifiuti a Napoli e in Campania. Quelle immagini drammatiche e obbrobriose di montagne di sacchetti rimbalzate in giro per il mondo non sono mai esistite. E’ gossip la cosiddetta emergenza dei rifiuti che ha ingoiato in 20 anni circa tredici miliardi di euro e alimentato clientele, costruito consorzi per assumere gente per non farle lavorare, società parassite partecipate, sviluppato una rispettosa politica consociativa, (una sorta di laboratorio di pacificazione politica nazionale ante litteram), ingrossato i bilanci della camorra spa, drenato denaro pubblico finito in mille rivoli, devastato territori, stuprato il Dna di un popolo. Non è mai accaduto, non ci sono responsabili.

E’ un disastro accaduto per caso e per circostanze astrali. Se oggi i napoletani, i campani sono degli appestati devono maledire loro stessi. Anzi per contrappasso devono subirsi anche il solito tweet – ‘popolo di merda’ – del poco originale bamboccione pokerista Mario Adinolfi. Ecco, noi subiamo tutto. Sempre in silenzio. Chi aveva responsabilità di governo ai massimi livelli, chi ricopriva le cariche commissariali, chi ha dettato il proprio verbo per oltre un ventennio non è colpevole di nulla. Quell’incubo, quel buco nero di munnezza è solo frutto di una ipersensibile percezione collettiva immaginaria. L’ecoballa a cazzo di cane non costituisce reato. Sullo sfondo sbiadito resta solo un dettaglio: le contestazioni più pesanti per i 27 imputati non sono neppure approdate a dibattimento perché prescritte. Adesso occorre passare per vittime, essere riabilitati, ringiovanirsi politicamente, esibire un credito da riscuotere nei palazzi, aspettare le scuse, rimettersi al timone con la promessa di garantire sempre loro: i vecchi e nuovi amici.

Le sentenze vanno rispettate, ci mancherebbe. Ma nessuno può davvero immaginare che quel grande cataclisma che è stato in Campania il ciclo dei rifiuti non abbia dei responsabili. Ho nella mente ancora le suppliche della gente prigioniera in casa che affacciata implorava la presenza di un bobcat per spalare le cataste di immondizia che invadevano portone, finestre, balconi di un secondo piano. Giorni tragici. Accadeva a Napoli, in Campania, in Italia, nell’Europa del terzo millennio. Vorrei capire di cosa parliamo. Antonio Bassolino, i suoi vassalli, i portaborse, i suoi prestanome, la cerchia magica dei fedelissimi, il suo apparato dalle convergenze trasversali e il suo partito allora come oggi gonfio di tessere meno pregiate di quelle dei buoni sconto dei supermercati, erano loro i protagonisti principali della scena politica campana e nazionale di quegli anni. A lui ed ai suoi uomini toccano le responsabilità tutte politiche di quanto accaduto.

Troppo facile e banale ricorrere spiegazioni giudiziarie o morali. Ci sono le assoluzioni, restano i sei milioni di tonnellate di ecoballe, il cosiddetto corpo di reato che  tale non è, ammassate sui territori dove abitano i residenti-elettori che a quella classe politica aveva affidato un mandato per costruire con la politica delle buone pratiche il futuro. Ecco quel futuro non esiste più. Al suo posto c’è un’ipoteca su tre generazioni che ha le fattezze di cubi di munnezza compressa, avvolta da nastro verde a testimonianza di un ciclo di rifiuti mai decollato e di una politica sott’accusa. Toccherà allo Stato – scrivono i giudici – rimuoverle dal territorio. Voglio ricordare che è lo stesso Stato che ha segretato i verbali del collaboratore di giustizia, il camorrista Carmine Schiavone, che nel 1997 indicava, raccontava cosa vi fosse sotto terra. Nessuno fece niente. Silenzi. Omissis. Segreti. La Commissione bicamerale presieduta dal verde Massimo Scalia votò all’unanimità proposte di legge e modifiche al codice penale che se attuate avrebbero evitato il genocidio di una popolazione e l’avvelenamento di un’intera regione.

Adesso tutte anime belle: c’è chi c’era ma non c’era; c’è chi non aveva capito; c’è chi votava e non sapeva cosa; c’era chi firmava ma non aveva letto (Ricordate la reazione furibonda e scomposta dello stesso Bassolino quando Bernardo Iovene di Report gli chiese conto delle inutili consulenze affidate a Tizio, Caio e Sempronio?). E’ il solito gioco delle tre scimmiette. Inspira l’aria. Fermati. Come nella preghiera del Santo Rosario snocciola i nomi e dici Amen. Giorgio Napolitano all’epoca dello scempio era ministro dell’Interno ora è al secondo mandato di Presidente della Repubblica. Voglio dire mai un monito. Mai. E poi Gianni Pittella, all’epoca dei fatti deputato nelle fila del Pds e componente di quella commissione d’inchiesta sui rifiuti. Adesso continua ad essere il feudatario della Basilicata, è vice presidente del Parlamento Europeo e candidato alla leadership del Pd. Loro come tanti non vedevano, non sentivano e non parlavano.

Lo so è forte il paradosso, sembra una provocazione, non lo è. L’unico “serio” resta proprio il cassiere dei Casalesi il boss Carmine Schiavone: almeno lui, in tempi non sospetti, decise di affidarsi allo Stato. Forse non sapeva che quello Stato in alcune sue articolazioni e gangli è più marcio, più intrallazzatore e più illegale del suo stesso mondo d’appartenenza. Mi chiedo: i cittadini cosa devono fare? Cosa devono pensare? A chi devono rivolgersi? Il timbro “riservato” e le verità giudiziarie che non coincidono con la verità assolvono i rappresentanti di quelle istituzioni che furono i cerimonieri del disastro. Il ceto politico – nel frattempo – non solo non si è rinnovato ma chiede oggi a gran voce ai dinosauri assolti e prescritti di tornare a salvare la patria. Ecco non avevamo capito nulla, non c’è mai stata l’emergenza rifiuti.