Lo si potrebbe chiamare “effetto Report”. E’ la sensazione di scoramento che il mattino successivo alla messa in onda della trasmissione di Rai3 attanaglia chiunque abbia eroicamente affrontato la discesa agli inferi nelle italiche miserie, guidato con mano gentile da Milena Gabanelli. Più che la narrazione di pantagrueliche ruberie, malversazioni, corruzioni e sprechi fatta dal pluri-querelato programma d’inchiesta (che totalizza zero condanne, per inciso), a destare sgomento è la quiete del giorno dopo. Sarebbe naturale attendersi dimissioni, inchieste disciplinari, proteste pubbliche, infiammate manifestazioni di sdegno e di denuncia, ci si contenterebbe almeno di qualche cauta presa di distanza. Invece nulla. Il silenzio dei colpevoli, verrebbe da dire.

Non ha fatto eccezione la puntata della scorsa settimana dedicata al coordinatore dell’ex-Pdl Denis Verdini, intitolata Bianco Rosso e Verdini. Anzi, a pochi giorni dalla messa in onda proprio il super-falco Verdini è parso grande inspiratore del coup de theatre berlusconiano, lo scioglimento coatto della bad company Popolo della Libertà. Anche depurata da eventuali profili di rilevanza penale – su cui forse un giorno si esprimeranno i tribunali, fatte salve amnistie e prescrizioni – la movimentata storia di Verdini può fornirci un’opportunità di riflessione “teorica” sulle ragioni di fondo dell’aggravarsi del declino italiano, certificato da ultimo dalla virtuale cacciata dal club delle otto economie maggiori. Onore al merito della corte dei miracoli berlusconiana, con la sua gaudente fauna di Tarantini, Minetti, Lavitola, Mora, De Gregorio, Scilipoti e affini, che ci ha assicurato una mirabile lente d’ingrandimento per mettere a fuoco la natura dei processi di selezione e ascesa della nuova “classe dirigente” italiana.

Lasciamoci guidare da Daron Acemoglu e James Robinson, che in Perché falliscono le nazioni studiano i fattori che possono condurre le società alla stagnazione o al disastro economico. La causa principale è il circolo vizioso che lega istituzioni politiche dominate da un’élite chiusa e istituzioni economiche che incoraggiano a investire non in attività produttive, ma nell’estrazione parassitaria di risorse a danno della collettività. Il motore della prosperità è la presenza di incentivi sociali che spingono gli individui a scommettere nell’istruzione e nel progresso tecnologico, ma questo delicato meccanismo perde colpi e s’inceppa quando invece il “talento” premiato nell’attività imprenditoriale e politica è un altro. Quale? Somiglia molto a quello con cui Report ha raccontato l’irresistibile ascesa del Denis nazionale, da curatore dei conti di macelleria a grande burattinaio della politica nazionale, financo ispiratore del Porcellum.

Senza dubbio un talento non comune affiora nel corso della vertiginosa scalata del commercialista di Campi Bisenzio, in pochi anni presidente del Credito Cooperativo fiorentino, imprenditore, procacciatore d’affari, consigliere regionale e coordinatore del Pdl. Verdini gioca con successo la sua partita su tavoli diversi, mettendo generosamente sul piatto almeno un paio di risorse cui nessuno sembra in grado di resistere: denaro (chiamiamoli pure i verdoni di Verdini) e relazioni. Si evince l’armoniosa circolarità del processo: col denaro compra “rapporti privilegiati” con interlocutori preziosi (politici e imprenditori da finanziare o stritolare finanziariamente, indifferentemente), e sfruttando quelle relazioni conquista posizioni di potere arricchendosi sempre più.

Come ricorda un politico di Forza Italia, suo ex-factotum: “Aveva una disponibilità economica non indifferente, Denis coi soldi si è aperto tante porte, queste persone son sensibili ai soldi”. Soldi propri, o meglio ancora di ignari risparmiatori del Credito Cooperativo, la banca che presiede a lungo e gestisce come fosse cosa propria – i controlli interni paiono disinnescati dalla nomina di uomini di paglia o di fiducia. Soldi coi quali compra la benevolenza di chi ne favorirà l’ascesa politica e la gratitudine di chi gli sarà utile. “Lui si attaccava come fa la zecca col cane, salvo poi scaricarli quando non ne aveva più bisogno”.

La politica diventa così la prosecuzione degli affari con altri mezzi. Quando serve all’imprenditore amico e già foraggiato coi capitali della banca è del tutto normale condurlo per mano dal sindaco del partito di cui è coordinatore: “Se fa la verginella… E’ quello che accade tutti i giorni in tutta Italia: che uno si fa presentare…poi uno…da lì …a dire…” – si rivolge sprezzante Verdini al giornalista “verginella” che si sorprende. E a un altro imprenditore, introdotto a un amico amministratore della British Tobacco per acquisire l’area della speculazione edilizia, avrebbe chiesto in cambio un po’ di riconoscenza: “Roberto, mi metti in società per favore? Dai, guadagni un mare di soldi te con il lavoro, sei bravo, fai partecipare anche a me almeno guadagno un po’ di soldi anch’io”.

Già, alla fine della storia cosa resta a Verdini? A quanto pare ancora soldi, tanti soldi: “Al Gallura, lui c’aveva sempre stì tavoli faraonici, con queste e… pagava sempre tutto lui. Cioè la nuova casa di Montartino, con la seconda piscina, piuttosto che… perché nella prima ci stavano loro, nella seconda ci stavano i figli, il campo da calcio con le tribune scavate nella roccia, cioè… per quanto tu possa guadagnare 900 mila euro, non ce la fai, te devi avere altre fonti”. E poi, appunto, tanta riconoscenza, che in certi tipi di business magari fa il paio con la ricattabilità dei suoi soci d’affari o di scalata politica. Sta di fatto che di fronte alla richiesta di risarcimento danni per il fallimento del Credito cooperativo il re delle cliniche Antonio Angelucci e l’immobiliarista Riccardo Conti – entrambi colleghi di partito – corrono solleciti in suo soccorso, mettendo mano a quasi 12 milioni di euro. Berlusconi non è da meno, e garantisce il prestito da 7,5 milioni di euro concesso da Veneto Banca.

E il resto da dove viene? Chi salda il conto delle straordinarie avventure di Verdini? Gli imprenditori proiettati da lui ai vertici dell’intermediazione politica sono falliti, alcuni hanno sulle spalle procedimenti penali per corruzione e bancarotta fraudolenta, così a pagare alla fine saranno i creditori. Mentre i quasi 150 milioni di euro di buco per la liquidazione coatta della banca di Verdini, alla fine svenduta per il prezzo simbolico di un euro a Chianti Banca, se li sono accollati gli ignari risparmiatori delle banche di credito cooperativo di tutta Italia.

Ecco, secondo Acemoglu e Robinson una nazione fallisce quando il “talento” vincente – in politica come nel mercato – garantisce l’arricchimento e il successo di pochi, i più abili a depredare nell’ombra risorse e beni di tutti. Scopriremo presto se è vero, e sapremo anche chi ringraziare per il fallimento italiano: i molti operosi Verdini di tutte le sponde politiche, bancarie, aziendali.