I “Soliti idioti” monopolizzano la scena della consegna di un premio destinato a Maurizio Cattelan. Detta così, si fatica a vedere la notizia: chi ci dovrebbe essere a premiare un Cattelan, il fior fiore dell’intelligenza nazionale?

La notizia, invece, sarebbe questa: il simpatico artista ha mandato il duo di comici di Mtv a “rappresentarlo” (in tutti i sensi possibili, dal neofigurativo al performativo, al morale) all’Accademia di Belle Arti di Bologna in occasione della cerimonia per il premio intitolato a Francesca Alinovi e Roberto Daolio. I due comici hanno fatto quel che dovevano (cioè, al solito, gli idioti) e Renato Barilli – patriarca della critica d’arte italiana e, cinquant’anni fa, neovangauradista con il Gruppo 63 – se l’è presa a morte. Ha gridato nel microfono che “questa pagliacciata ignobile deve finire” (i più ignari nel pubblico si sono chiesti se ce l’avesse coi comici, o con l’idea di premiare Cattelan: che però era sua), ha scomunicato in contumacia il mandante (“Cancello Cattelan dal mio repertorio, non voglio più avere a che fare con lui”), ha cazziato a morte gli studenti dell’Accademia che applaudivano il duo demenziale (e che a quel punto si saranno chiesti dove mai stavano sbagliando: non s’era detto che l’importante è provocare?). Il tutto sotto lo sguardo attonito del testone in gesso del Clemente XIII di Antonio Canova collocato accanto al tavolo d’onore: e va detto non è decisamente un gran periodo, per i gessi di Canova.

Ora, l’unico punto di interesse nella vicenda (tristanzuola e squalliduccia) è la figuraccia di Barilli: cui bisognerebbe dire che è facile essere avanguardisti con la faccia (per così dire) degli altri. Se aveva Cattelan nel suo repertorio critico (le parole sono sue, o almeno sono quelle gli vengono attribuite dal Corriere della sera, e sono davvero rivelatrici) non era forse perché ne apprezzava le doti di provocatore? E dunque? Si aspettava forse che Cattelan si inchinasse all’Accademia, alla memoria dei docenti scomparsi a cui il premio è intitolato, all’autorità di Barilli stesso? Ma se sono quasi duecento anni che è il giochino, ormai invero un poco puerile, della “provocazione” a portare avanti il circo artistico!

Ma forse la riflessione più seria è un’altra. Cos’ha a che fare tutto questo circo con la funzione che potrebbe giocare oggi, anche sul piano sociale e addirittura politico (nel senso più alto), l’arte contemporanea? Ha senso che il discorso pubblico sull’arte ruoti intorno a singole figure di artisti-maghi e alle loro imprese soprattutto commerciali? È come se avessimo fra noi ancora vivo e intero il mito rinascimentale dell’artista divino: ma ormai senza arte, e dunque senza motivi. 

Per restare alla cronaca delle ultime ore, una notizia assai più seria e rilevante tra quelle che riguardano l’arte contemporanea riguarda, per esempio, lo sgombero dell’Ex Colorificio occupato di Pisa. Una magistratura che sembra interpretare la Costituzione alla luce del Codice Penale, invece che il contrario, e un’amministrazione locale culturalmente morta e sepolta, hanno distrutto uno spazio ridivenuto pubblico: un luogo dove il fare arte (nel senso più lato) riacquistava un senso sociale, politico, comunitario. E cioè l’unica prospettiva davvero interessante e carica di futuro per una tradizione artistica troppo alta e troppo importante per finire in mano ai soliti idioti della cricca dell’arte contemporanea.

Il Fatto Quotidiano, 27 Ottobre 2013