Il suicidio di un ragazzo di 21 anni, che decide di farla finita perché omosessuale in un Paese omofobo come il nostro, può dar corso a due tipi di reazioni.

La prima è la rassegnazione. E’ la posizione di chi pensa che, in fondo, di morti e di suicidi ce ne sono tanti e che l’omofobia esiste in ogni Paese, anche nei più avanzati, e che quindi vi è sempre una vittima del sistema. Chi la pensa così non ha difficoltà ad ammettere che il bullismo esiste e che è difficile contrastarlo, che la legge rappresenta sempre un’arma spuntata e che ciò che è necessario cambiare è la cultura. E farlo è estremamente difficile.

La seconda reazione la rabbia, ed è il genuino sentimento di chi è intimamente convinto che sia possibile cambiare, anche se chi è arrabbiato solitamente fa fatica ad individuare con lucidità gli strumenti per affrontare il problema.

La questione è in verità molto semplice, e la sua soluzione sta in una terza via: queste morti vanno evitate.

E l’unico modo per evitare di vedere giovani o adolescenti morire è diffondere e difendere una cultura più inclusiva. Una cultura che prevenga e combatta le discriminazioni e garantisca la piena parità dei diritti.

L’art. 31 della nostra Costituzione dice che la Repubblica “tutela … l’infanzia e la gioventù“. E quindi lo Stato ha un obbligo di provvedere a che un giovane italiano non decida di morire e non si butti nel vuoto perché convinto di vivere in un Paese omofobo. Se la famiglia non riesce ad impedire tutto questo, deve farsene in qualche modo carico la società civile, e lo Stato. E quest’ultimo deve anzitutto smettere di fornire appoggio a gruppi, convegni o conferenze che diffondono messaggi sbagliati, discriminatori e violenti nei confronti dell’omosessualità.

La scorsa settimana si è tenuto a Milano il convegno dal titolo “Ideologia del gender: quali ricadute per la famiglia“, organizzato da varie associazioni confessionalmente (e ideologicamente orientate). Chi ha potuto partecipare ha sentito dire senza mezzi termini che gli omosessuali sono pedofili, che l’omosessualità è una devianza da un comportamento “normale” e che il leader da imitare per affrontare la questione è Vladimir Putin. Il tutto, apparentemente, sotto gli applausi scroscianti degli spettatori. E’ stato invocato un intervento del legislatore contro i comportamenti omosessuali, e l’omosessualità è stata paragonata alle pulsioni sessuali verso i morti, verso gli animali, verso gli oggetti e verso i bambini.

Tu, omosessuale, sei un criminale e/o un malato! Questo era il messaggio.

E’ triste vedere come dei cattolici (mi limito ad una parte di essi, anche se a me piacerebbe molto vedere anche gli altri di tanto in tanto) o comunque delle persone con forte sentimento religioso non si rendano conto di come questi loro messaggi brutali, metodologicamente errati e contenutisticamente aberranti, stritolino la vita delle persone, impediscano loro di vivere la loro condizione con serenità e, molte volte, spingano dei giovani a togliersi la vita. E come pure l’appoggio finanziario ottenuto dallo Stato rappresenti davvero un attacco alla civilità e alla democrazia, quando ad essere presa di mira è una minoranza statisticamente rilevante e attiva nell’agone politico.

Si dirà che il ragazzo che si è suicidato a Roma, e gli altri due prima di lui – e tutti quei giovani gay e quelle giovani lesbiche che ogni volta che varcano la soglia di casa o di scuola stringono i pugni e i denti per fare i conti con una situazione che non hanno cercato, che non hanno voluto – era emotivamente fragile, magari con qualche altra motivazione, e via dicendo.

La verità è che ogni morte per omofobia è un j’accuse diretto e senza appello non per chi, pur impegnandosi, sente di aver fatto poco per diffondere e difendere una cultura più inclusiva, ma per chi, proclamandosi portatore di verità assolute e non negoziabili, ha perso il contatto con la realtà, con il prossimo, e con la sua missione nel mondo, e non si smuove di un millimetro dalle proprie convinzioni neppure di fronte a una morte atroce come quella di un ragazzo di 21 anni che non ce la faceva più.

Tutte queste persone hanno la piena responsabilità di quella parte dell’Italia di oggi, omofoba e razzista, che condanna a morte un giovane perché gay.