Luci ed ombre a Varsavia, in occasione del 13mo Summit dei Nobel per la Pace. Una bella manifestazione, “inventata” a suo tempo da Gorbaciov e tenutasi regolarmente a Roma per dieci anni, ai tempi di Rutelli e soprattutto Veltroni. Poi, dal 2009, ha cominciato a girare per il mondo: Parigi, Berlino, Hiroshima, Chicago e infine, quest’anno,  a Varsavia, dove si è appena conclusa. Quest’anno, nonostante la partecipazione un po’ ridotta dei premi Nobel “individuali” (solo 7, ma poi ci sono sempre i rappresentanti delle agenzie e dei movimenti internazionali, come Amnesty International, International Peace Bureau, ecc,  che hanno ricevuto il premio “collettivamente”) la manifestazione è stata allietata – decisamente – dalla presenza di Sharon Stone, premiata a sua volta dai Nobel per la sua campagna contro l’Aids. Tutti d’accordo su Sharon, che ha stregato tutti non solo per la sua conclamata bellezza, ma anche per la sua simpatia e la sua serietà (il suo discorso è stato molto efficace, e ripetutamente applaudito dai Nobel presenti).

 A guastare tutto – anche se i media sembrano essersene globalmente disinteressati, forse distratti dalla presenza di Sharon Stone – la questione di Liu Xiao Bo, il “collega” cinese che continua a marcire in carcere. Neanche questa volta è stato possibile trovare l’accordo, tra i Nobel, per inserire l’appello per la sua libertà nella cosiddetta “dichiarazione finale”. Di tutto si parla, tranne che di lui. “Abbiamo verificato l’impossibilità di trovare un consenso – ha spiegato F.W. De Klerk, l’ex presidente sudafricano – perché molte organizzazioni internazionali qui presenti non consentono, nel loro statuto, di prendere posizione contro singoli paesi. Ma su Liu Xiao Bo ci sarà un documento separato”.

La scusa sembra accettabile, ed il documento “separato”, in cui si condanna la detenzione del “collega” cinese e se ne chiede l’immediata liberazione senza tanti fronzoli, in effetti c’è. Solo che ci sono le firme delle “organizzazioni internazionali” che hanno vinto il Nobel, come l’International Peace Bureau, Amnesty International, International Physicians for the Prevention of Nuclear War, ma mancano quelle di un paio di Nobel.  In particolare, proprio quella del presidente De Klerk (“ho appena chiesto un visto per la Cina….”) e di Yunus, che non ha voluto commentare la sua scelta ma che si sa, ha aperto anche in Cina numerose operazioni di microcredito. E probabilmente non vuole inimicarsi le autorità. Una scelta che Betty Williams (irlandese, Nobel per la Pace 1976) non ha esitato a criticare “Per anni abbiamo giustamente denunciato la detenzione di Aung San Suu Kyi, che tutto sommato era agli arresti, in casa sua. E ora facciamo i distinguo per uno scrittore che marcisce in carcere? Trovo francamente imbarazzante che se la Cina ordini di ‘saltare’, i Nobel saltino”