Band pavese sorta nel 2006 dalle ceneri di un’altra formazione (Koan), i Mooth propongono un metal underground cerebrale, a tratti furibondo, severo. Nel settembre scorso hanno pubblicato il loro disco esordio intitolato Slow Sun, prodotto dall’etichetta indipendente Martiné Records, che definire semplicemente Noise è riduttivo, perché sono diversi i generi – lo sludge/doom, stoner, hardcore – che risuonano al suo interno. La band, sarcasticamente, definisce il disco un insieme di “cori di voci impiccate intorno quest’altare di rabbia”. Parole azzeccate. In esso, infatti, si stagliano in tutta la loro piccata crudezza, una tecnica e una collera cervellotica, per una massa di energia in note, incastonata con precisione su tempi a scalare, da dispari a progressivi a industriali. Composto da otto brani, le cui fonti d’ispirazione sono le vicende quotidiane caratterizzate dalle piccole e grandi difficoltà della vita, ma anche dalle frustrazioni e paranoie quotidiane, la band così giustifica il nervosismo e la violenza che emergono nei loro testi: “La musica per noi rappresenta un vero sfogo dalle problematiche giornaliere: anche per questo diciamo spesso che le stesse prove sono psicoterapiche. Nella società di oggi, purtroppo, ci si sente sempre più spesso soffocati e condizionati dal volere altrui, e questo porta a un accumulo di sentimenti negativi che non trovano sfogo”. Ma andiamoli a conoscere più da vicino…

Mi parlate della vostra band?
I Mooth nascono nel 2006 col nome Koan e vedeva una formazione per 2/3 uguale a quella di adesso con l’eccezione del batterista: all’epoca infatti dietro alle pelli c’era Andrea “Orco” Milanesi. Inizialmente abbiamo conservato il nome Koan, poi durante la registrazione di Slow Sun abbiamo deciso di cambiarlo in Mooth. Un cambio di nome che per noi ha rappresentato una sorta di punto di ri-partenza: negli ultimi tempi a causa di vari problemi, soprattutto esterni alla band, avevamo perso un po’ la verve e la voglia di creare. Poi d’ improvviso qualcosa è cambiato, anche nei nostri rapporti interpersonali: ci siamo ritrovati musicalmente e umanamente. Abbiamo ripreso a scrivere nuovi brani ma soprattutto abbiamo ritrovato nel gruppo una sorta di rifugio dallo stress.

Qual è il motivo per cui avete scelto di chiamarvi così?
Il nome Mooth non ha alcun significato, è una sorta di onomatopea. Non ci sono significati reconditi da ricercare, né avevamo la necessità di mettere in evidenza una cultura che non abbiamo o che non ci appartiene.

E qual è il vostro background artistico?
Proveniamo tutti da esperienze musicali diverse sia come ascoltatori siatra noi c’è come musicisti: chi suonava Crossover, chi Punk, chi New Wave, chi Grunge. Il minimo comune denominatore sono state le ritmiche complesse: tutti eravamo d’accordo sul creare dei nostri pezzi che avessero una base ritmica composta e così di conseguenza i riff di chitarra e basso. Suonando insieme naturalmente si è ormai creato un feeling tale da riuscire a capirci anche con un semplice sguardo.

Siete musicisti di professione oppure siete costretti a fare altro?
Durante il giorno lavoriamo tutti: è impensabile in Italia vivere di musica, almeno di questi tempi e soprattutto con il nostro genere. Naturalmente il lavoro da una parte ci permette di acquistare materiale per suonare nonché di pagare l’affitto della sala prove, dall’ altra parte però, ci impedisce di organizzare un tour promozionale per il disco o comunque di suonare lontano da casa nei giorni infrasettimanali.

Qual è la vostra opinione sulla condizione musicale nel nostro paese?
L’industria discografica italiana, a nostro parere, ha sempre avuto poca attenzione ai tesori della propria terra e ha invece rincorso il mito inglese o americano di turno. L’unica scena musicale compatta è stata quella del Progressive Rock degli anni 70: gruppi come Area, Biglietto per l’inferno, Rovescio della Medaglia, Osanna, New Trolls, Napoli Centrale sono tutt’oggi stimati in tutto il mondo. In realtà, l’Italia è sempre stata ricca di gruppi validissimi in ogni epoca, ma sempre sottovalutati dal mercato interno: si pensi soltanto alla scena Punk milanese del Virus con gruppi come i Negazione che hanno avuto quasi più successo all’estero seppur cantando in italiano. Oppure la scena New Wave, con gruppi come i Disciplinatha, Diaframma, Aus Decline; e ancora la scena post-rock/noise siciliana rappresentata dagli Uzeda, uno dei gruppi principali del genere, stimatissimi negli Stati Uniti e praticamente sconosciuti qui da noi. Insomma l’italia è allo stesso tempo madre e assassina di tanti artisti validi, e questo vale non solo per la musica.

Il vostro è un genere di nicchia: quant’è dura farsi spazio in queste condizioni?
Il concetto di nicchia è variabile come la moda: un genere musicale che viene imposto da radio e riviste per un tot di tempo diventa mainstream, a prescindere dai suoni o dal contenuto. Di nicchia semmai è l’ascoltatore che usa un proprio giudizio nel valutare un disco o un’opera in generale. Il problema per band come la nostra è dovuto al fatto che questa tendenza creata dalle riviste o dalle radio condiziona tutto il mercato musicale, anche quello che si definisce alternativo, e di conseguenza anche trovare posti in cui suonare diventa impossibile per un gruppo emergente.

Trovate molte difficoltà in questo?
In verità siamo alla perenne ricerca di luoghi e modi per poterci esibire, ma questo discorso, unito agli impegni del lavoro, ci rende la vita molto difficile. In Italia la vera “rivoluzione” dovrebbe partire dal rivalutare le piccole realtà, cercando di valorizzarle con uno sforzo comune sia dei gruppi, sia delle etichette, delle agenzie di booking, e infine dei locali. Se tutti agissero in maniera più onesta di sicuro diventeremmo una delle scene musicali più interessanti, perché ripetiamo, gli artisti e i gruppi validi ci sono nel nostro paese.

Qual è la vostra opinione sui social network? Quanto sono importanti per voi?
I social network oggi rappresentano una vetrina fondamentale per una band, non solo emergente. Piattaforme come facebook o bandcamp, sono lo strumento più diretto e semplice per divulgare la propria musica. D’altra parte c’è da dire che si crea un caos totale dovuto all’infinità di band che si immette nel circuito e quindi anche il singolo ascoltatore rischia di trovarsi spiazzato, dando poca attenzione alle band che invece ne meriterebbero. È un po’ come l’impatto che l’mp3 ha avuto nel mondo discografico: la gente ormai tende a scaricare un singolo oppure una discografia intera, e in entrambi i casi pone poca attenzione alla band in sé.

C’è una band a cui vi ispirate?
Sono molte le band che rappresentano per noi un punto di riferimento, una su tutte i Kyuss, anche se con le sonorità desertiche non abbiamo avuto molto a che fare in Slow Sun. Ci piacciono band come Jesus Lizard, Tool, Soundgarden, Meshuggah, tutte band con una fortissima personalità.

Quali sono le vostre ambizioni?
Noi puntiamo fondamentalmente a suonare in giro: fare in modo che la musica rappresenti una via di fuga concreta anche solo attraverso una semplice serata trascorsa lontano dalla nostra città. Non puntiamo al mainstream, anche perché la nostra musica di sicuro non ci si addice.

Avete una tournée in programma?
Magari! Siamo alla disperata ricerca di date sia in Italia sia all’estero, anzi ne approfittiamo per fare un appello: chiunque ci volesse sentire può contattarci direttamente. Al momento non abbiamo trovato un’agenzia di booking, se qualcuna fosse interessata, noi siamo qui.