Gentile presidente Alexandre de Juniac, sappiamo che l’Air France ha ricevuto la visita del capo di Poste Italiane, Massimo Sarmi, che si propone come partner industriale. Le diamo un consiglio da fratelli europei: stia molto attento. Purtroppo in Italia alligna un peculiare europeismo che lei definirebbe à la carte. Quando la politica impone al contribuente di sacrificarsi agli interessi di imprenditori amici, ce lo chiede l’Europa. Quando invece gli interessi degli imprenditori amici pretendono il sacrificio di un’impresa non italiana, è il momento magico degli “interessi nazionali”.

Molti italiani, però, educati all’europeismo “senza se e senza ma” da leader come Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Mario Monti e, adesso, Enrico Letta, faticano a capire perché debbano lasciarsi fregare da un imprenditore, per esempio, di Mantova, ma unire le forze per fregare, tutti insieme, il compatriota di Parigi. Gira voce che voi francesi siate specialisti della negazione dello spirito europeo, ma non è una buona ragione per imitarvi.

E dunque ci pensi bene prima di fare ditta con Poste Italiane. Nella dura competizione del mercato aereo mondiale il fattore strategico di successo è la soddisfazione dei clienti. Sul punto è difficile ravvisare una sinergia con Poste Italiane, che basa i suoi floridi bilanci esattamente sull’opposto: la rabbia dei cittadini. Le cito un caso pietoso, a titolo di esempio. Due giorni fa un italiano è andato a ritirare una raccomandata all’ufficio postale e ha scoperto che l’acume manageriale delle Poste, nell’ambito di un “piano di razionalizzazione”, ha concentrato la consegna in poche sedi. D’ora in poi lo sportello di riferimento è a quattro chilometri da casa sua.

È andato astutamente all’ora di pranzo, per evitare le rinomate code con cui gli italiani pagano il prezzo della razionalizzazione, e gli è andata bene: ha atteso, di fronte all’unico sportello aperto in uno degli uffici postali principali della Capitale, solo 50 minuti. Una signora, imprudentemente presentatasi alle 12, ha dovuto aspettare fino alle 13: 40. Venendo da lontano, era arrivata in auto parcheggiando come capitava. Dopo aver ritirato la sua raccomandata – una multa per divieto di sosta – ha scoperto che le avevano fatto nel frattempo un’altra multa per divieto di sosta.

La ricetta delle Poste è da manuale di management. Si tagliano i costi riducendo il personale, chiudendo gli sportelli e tagliando i servizi: aumentano le code, calano le spese ma non il fatturato. Intanto negli uffici postali si vende di tutto, dalle polizze assicurative ai televisori al plasma, dai conti correnti bancari ai telefonini. Cose che danno più margini, dicono i manager, così gli italiani stanno in coda e Poste Italiane fa i profitti che investe su Alitalia. Stia in guardia, signor De Juniac. Potrebbero proporle, in nome della sinergia, di aprire in ogni ufficio postale una biglietteria Air France. Pericolosissimo.

Un giorno o l’altro i clienti inferociti di Poste Italiane potrebbero darle fuoco. Potrebbe poi proporle l’applicazione del metodo Poste al trasporto aereo. Ecco qualche esempio. Si potrebbe chiedere al passeggero di presentarsi per il check-in cinque ore prima del decollo, in modo da ridurre i costi aeroportuali. Si potrebbero invitare i clienti a dare una mano per portare le valigie alla stiva, per razionalizzare l’handling. Si potrebbero fermare gli aerei distanti dai finger (costano) e mandare i passeggeri a piedi fino all’aerostazione (anche i pullman costano).

Si potrebbe razionalizzare il viaggio mandando abili venditori a imporre ogni tipo di acquisto, dai biglietti della lotteria alle polizze assicurative, dai libri di cucina ai Bot e Cct, a malcapitati passeggeri impossibilitati alla fuga, anche perché obbligati a tenere allacciate le cinture dall’apposito segnale che il comandante, addestrato alle logiche di mercato moderne, non spegnerà mai. Insomma, la gloriosa Air France rischia di diventare come le Poste Italiane: l’inferno del cliente. Ecco, signor De Juniac, in pieno spirito di fratellanza europea l’abbiamo avvertita. Poi non venga a dirci “ah, les Italiens…”. Non siamo tutti uguali.

Twitter @giorgiomeletti

da il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2013