Hassan H. è stato arrestato il 5 settembre per spaccio di hashish. Ha 28 anni, è egiziano. Da 35 giorni è chiuso nel carcere di San Vittore di Milano, in una cella di due metri e mezzo per quattro e mezzo, dove vive con sei compagni di reclusione, sistemati in tre letti a castello. Il suo avvocato, Mauro Straini, ieri ha chiesto al giudice Giuseppe Cernuto la revoca della custodia cautelare: “A causa delle condizioni disumane di carcerazione, in violazione del codice di procedura penale, della Costituzione e delle indicazioni provenienti dall’Europa”.

Il legale spiega che l’Unione europea ha indicato come “strutturale” il sovraffollamento carcerario in Italia, dunque non ritiene utile chiedere il trasferimento in un altro e diverso istituto di custodia. Non c’è altra soluzione possibile che la scarcerazione, dice Straini. “La soluzione del problema non è rinviabile al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”. È una questione di diritti umani: “La Costituzione afferma che il detenuto non può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti”.

La storia di Hassan è una delle centinaia di storie personali che si possono raccogliere a Milano e una delle migliaia che è possibile mettere insieme in tutta Italia. I numeri sono quelli che vengono ripetuti in questi giorni: i detenuti sono 65 mila in carceri dove ci sarebbe posto per meno di 47 mila. Ora l’intervento del capo dello Stato rilancia il dibattito e le polemiche su amnistia e indulto. Gran parte della politica macina argomenti per arrivare a un provvedimento che metta al sicuro un condannato eccellente o qualche decina di condannati eccellenti. Le migliaia di poveri cristi reclusi nelle carceri italiane sono usati come scudi umani per quei pochi (non pochissimi, in verità) che stanno davvero a cuore ai loro colleghi di partito, in più d’un partito. E allora è bene ripetere che il provvedimento eccezionale (l’amnistia, l’indulto, come in altri campi la sanatoria, il condono) non risolvono affatto problemi che sono strutturali. In mancanza di provvedimenti di sistema, tra qualche mese le carceri italiane sarebbero di nuovo al collasso. Hassan ha diritto di trovare subito una soluzione. Anche se la Corte costituzionale ha respinto ieri la richiesta sollevata dai tribunali di sorveglianza di Venezia e Milano di poter rinviare l’esecuzione della pena anche per il sovraffollamento carcerario e le condizioni disumane di detenzione. È la politica che deve risolvere alla radice il problema: non con la bacchetta magica di provvedimenti straordinari che sono effimeri, dannosi per il sistema e utili invece per i colletti bianchi; ma con interventi strutturali.

Più carceri e depenalizzazioni intelligenti. Via la ex Cirielli che ha inasprito le pene per i recidivi e affolla le celle. Via la Bossi-Fini e il decreto Maroni che riempiono le carceri di colpevoli del reato di immigrazione clandestina. Via soprattutto la Fini-Giovanardi sulla droga che riguarda un terzo dei detenuti in Italia (26mila su 65mila).

Viene in mente ciò che scrisse nel 2006 sul Corriere il giurista Vittorio Grevi, in polemica con i fautori dell’indulto varato in quell’anno: se davvero si vogliono salvare i poveri cristi, argomentava Grevi, è sufficiente una legge ordinaria (che non ha bisogno di una maggioranza dei due terzi del Parlamento e non è dunque sottoposta ai ricatti di chi vuole salvare il “suo” o i “suoi”) che sospenda l’esecuzione della pena fino a un massimo di due o tre anni, per i soli detenuti che abbiano già scontato una determinata frazione della loro condanna. Ma la memoria è corta, soprattutto per chi non vuol ricordare.

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