Lo scandalo Zaleski di cui ci occupiamo, con la cacciata dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Enrico Cucchiani, reo di pensare più alla banca che alla ditta (Bazoli-Guzzetti-fondazioni azioniste), arriva con tempismo per confermare i sospetti del Fondo monetario internazionale. Il rapporto annuale sull’Italia dedica molto più spazio alla situazione del nostro sistema creditizio che agli zero virgola del deficit pubblico. Perché è nei bilanci delle banche che si nasconde la vera bomba, tra titoli di Stato il cui valore può crollare con l’aumento dello spread, prestiti a fondo perduto per tutelare il capitalismo di relazione e finanziamenti a imprese colpite dalla crisi che non verranno restituiti.

Il Fondo indica tre problemi. Primo: le banche italiane sono troppo dipendenti dal sostegno europeo, soprattutto dalle operazioni di finanziamento a lungo termine (Ltro) volute dalla Bce di Mario Draghi che arrivano a scadenza a marzo 2015. Le banche possono già rimborsare i prestiti, ma gli istituti italiani non hanno fretta di restituire i loro 255 miliardi di euro.

Secondo problema: le sofferenze. Il Fondo riconosce che la severità della Banca d’Italia ha reso i bilanci più trasparenti che in altri Paesi, facendo emergere la montagna di crediti destinati a diventare inesigibili o quasi. Essere più trasparenti non rende però più solidi: le sofferenze sono il 14 per cento, il triplo che nel 2007, e i fondi per affrontare le potenziali perdite sui crediti sono scesi dal 45 al 39 per cento. Ci sono più rischi e meno precauzioni.

Terzo problema, per ricollegarsi a Zaleski: le fondazioni di origine bancaria. Scrive il Fondo: “Nonostante l’obbligo legale a diversificare i propri investimenti, le fondazioni controllano o esercitano una significativa influenza su oltre il 30 per cento del sistema bancario”. A 23 anni dalla loro creazione, come veicolo per la privatizzazione del credito, le fondazioni di origine bancaria hanno esaurito la loro (presunta) utilità: restituire al territorio gli utili ricevuti dalle banche di cui sono socie.

I soldi sono finiti, i dividendi pure e ora che servirebbero aumenti di capitale le fondazioni non possono (Monte Paschi) o non vogliono (Cariplo e le altre di Intesa) apportare capitale fresco. Cercano solo di perpetuare la propria esistenza come centri di potere privi di trasparenza e di regole contabili chiare, come nota il Fmi. Ammesso che nelle prossime settimane ci sia ancora un governo, nell’agenda delle privatizzazioni potrebbe inserire anche quella del credito. Per completare il lavoro lasciato a metà: cominciamo a sottrarre le banche dall’influenza delle fondazioni e anche gli altri problemi del credito saranno più semplici da risolvere.

Twitter @ stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 2 ottobre 2013