A Lampedusa ci sono due buche. In una ci stanno i morti, nell’altra i vivi. Hanno una caratteristica in comune: sono tutti senza nome. Sono due buche che stanno fuori dal piccolo centro abitato, una in Contrada Cala Pisana, l’altra in Contrada Imbriacola. Sono rispettivamente il cimitero e il centro di accoglienza per stranieri del quale sentiamo parlare spesso e male. Secondo i dati del Ministero dell’Interno può accogliere 381 stranieri, ma il sindaco Giusi Nicolini dice che attualmente ce ne sono più di mille di cui oltre cento sono bambini. La andiamo a vedere questa buca. In fondo ad una strada c’è un cancello. Si sentono le voci di quelli che stanno dentro, ma è più corretto dire fuori. Fuori dagli edifici che non possono contenerli tutti. Accasciati a terra, divisi in gruppetti. Uno cerca di ripararsi dal sole con le copertine d’emergenza che vediamo in televisione, quelle che sembrano d’alluminio.

Abbiamo fatto la richiesta per entrare, ma non ci hanno autorizzato. Perché? Per motivi di sicurezza? La sicurezza di chi? La nostra? La sicurezza di chi non ha mai visto luoghi come questo e immagina che l’Italia sia un paese civile? Di chi non trova scandaloso che ci siano tre persone dove una starebbe stretta?

Saliamo sulla collina accanto al centro. Filippo Miraglia dell’Arci mi dice «da lì si vede tutto». Ecco la buca! Un mucchietto di edifici prefabbricati bianchi col tetto rosso. In fondo c’è lo stabile che bruciò. È vuoto e pericolante. Sotto i pochi alberi all’interno della rete ci sono gli stranieri senza nome. Dovrebbero restare qui per un massimo di 48 ore, ma due eritrei appoggiati alla rete col filo spinato ci dicono che sono arrivati da una settimana, un siriano da 15 giorni. Giusi dice che possono restare per settimane ammassati lì dentro. E poi? Vengono trasferiti e se in 18 mesi di fermo non è stato possibile rimandarli al loro paese tocca liberarli. È difficile sapere chi siano. Molti non dicono né il luogo di provenienza, né il nome. Molti stati non rispondono, sono in guerra, hanno altri problemi. E poi gli stranieri non sono venuti in Italia facendo traversate terrificanti per farsi rimandare indietro. Sono qui perché si vogliono salvare da conflitti e miseria. Non vogliono che gli siano prese le impronte digitali, nemmeno richiedono l’asilo perché temono di dover restare in Italia che è un paese difficile per i rifugiati. E poi se ne vogliono andare dai parenti che stanno in altre nazioni europee.

Molti dopo un anno e mezzo saranno liberati. Gli si dirà «adesso tornatevene a casa». Ci andranno? No, perché hanno rischiato di morire pur di scappare. Hanno sofferto rinchiusi in una galera che è peggio delle peggiori prigioni italiane. E l’hanno fatto senza aver compiuto reati. Perciò non se ne andranno a casa. Qualcuno sogna il ricongiungimento e cercherà di scappare in un paese migliore del nostro. Qualcun altro, condannato alla clandestinità, resterà in Italia. Non potrà avere un lavoro regolare e s’arrangerà accettando qualche lavoro pesante in cambio di una paga umiliante, ma non si lamenterà mai. Non se lo potrà permettere. E se venisse nuovamente fermato dalle forze dell’ordine? Non potrà essere condannato ad una nuova detenzione perché non ha compiuto alcun reato e anche perché la sua galera se l’è già scontata una volta. Dovrà pagare una multa con soldi che non ha e poi sarà invitato nuovamente a tornarsene al suo paese. E nuovamente resterà in Italia a fare lo schiavo e a tenere la testa bassa per non farsi vedere.

Qualcuno di loro delinquerà e finirà in galera. Ma questo è un discorso diverso. Ognuno di noi può interrogarsi e dare giudizi. In queste righe voglio parlare dell’enorme maggioranza che vorrebbe vivere onestamente e non ne ha la possibilità. A quegli esseri umani io darei la cittadinanza italiana senza stupide discussioni. Se la meritano più degli italiani disonesti che hanno una carta d’identità in tasca.

Ci sono due buche a Lampedusa, una in Contrada Imbriacola, l’altra in Contrada Cala Pisana. Nella prima ci sono più di mille stranieri senza nome. Molti di loro resteranno ombre anonime per molto tempo. Forse per sempre.

Nell’altra c’è un cimitero con tanti morti italiani. Hanno la foto sulla lapide. Ci sono quelle in bianco e nero che mostrano visi sereni con baffi d’altri tempi e signore antiche col fazzoletto in testa. Ci sono le foto a colori stampate su fogli di plastica che li ritraggono accanto al mare o con lo sfondo di un bel tramonto. Ma poi ci sono le fosse senza nomi, croci di legno con un numero. Giusi Nicolini ha voluto che ci si scrivesse qualcosa. Su una leggo che «all’alba del 21 gennaio 2009 una barca giunge al molo di Cala Pisana. A bordo 53 migranti stremati ed il corpo senza vita di un giovane ragazzo di circa 20 anni e di probabile origine sub Sahariana. Qui riposa»

Il 17 marzo del 2012 i morti trovati in un’altra piccola imbarcazione sono 5 ed hanno un’età stimabile tra i 20 e i 30 anni. La scritta sulla lapide accanto dice che un anno prima n’era morto un altro della stessa età. Nell’aprile del 2009 c’è il mare grosso e in mezzo una barca con 153 migranti. C’è una ragazza morta tra loro. Il suo nome lo sappiamo dal fratello Austin che sta accanto a lei.

Quel giorno vengono soccorsi dal mercantile turco Pinar che se li carica, cambia rotta e si dirige verso Lampedusa per salvargli la vita. Questa storia me la ricordavo poco e male, ma sulla lapide mi rileggo che «per quattro interminabili giorni la Pinar rimane a 25 miglia a sud di Lampedusa bloccata da un assurdo braccio di ferro tra governo Maltese e governo italiano che si rifiutano di accogliere il mercantile. Soltanto il 20 aprile viene autorizzato l’ingresso della nave nelle acque territoriali italiane. I migranti vengono finalmente accolti a Lampedusa. Qui riposa Ester Ada. Nata in Nigeria l’11 maggio 1991».