La notizia potrebbe – se non rivelasse la tragedia che si consuma dietro di essa – destare un riso incontenibile.  Il pianista nord-coreano Kim Cheol Woong ha dichiarato – in un recente concerto a Seul – di essere stato perseguitato per anni, tanto da essere fuggito prima in Cina e poi nella Corea del Sud, dal regime di Pyongyang per la grave, imperdonabile colpa di….aver suonato jazz! E per di più solo in una stanza.

La sua colpa deriva dal fatto che nel suo paese di origine il jazz è ritenuto “capitalista”. E questo solo per essere nato in un paese occidentale ad altissima vocazione capitalistica come l’America. Immagino che nessuno abbia spiegato agli ottusi burocrati detentori del potere proletario (!) che il jazz è nato nei bordelli di New Orleans, da una minoranza resa schiava dai capitalisti del cotone (ma non solo);  che – soprattutto dalla fine degli anni ’40 – i valori estetici e culturali che questa musica esprime sono quanto di più anti-borghese abbia prodotto il Novecento, insieme alle avanguardie pittoriche e letterarie;  e infine che proibire l’esecuzione – anche solo privata – di jazz e non, tanto per fare un esempio, di Wagner o di Chopin è rivelativo solo di una verità elementare e incontrovertibile: che la realizzazione del socialismo reale in quella parte di mondo meno avanzata industrialmente ed economicamente  è avvenuta nel segno della paranoia e dell’imbecillità.

Non è che siano mancate esplosioni di ottusità a rovescio: negli anni ’70 era tutto un fiorire di polemiche sulla politicità dell’arte, sulla sua militanza addirittura, e musiche come il jazz venivano considerate assolutamente e rigidamente “proletarie”. Salvo rimandare all’infinito la questione del perché le “masse proletarie” si infiammavano soprattutto per Claudio Baglioni o Gianni Morandi.

Sulle condizioni reali del fare arte, sui contesti socio-culturali in cui germogliano i linguaggi, sui meccanismi della produzione e distribuzione artistica non ci sono dubbi: una riflessione sull’arte non può prescindere dalla considerazione della politicità della sua storia, dei suoi sviluppi, della sua fruizione.

Ma i burocrati coreani non è questo che hanno in mente: appaiati alle avanguardie proletarie degli anni ’70 nei paesi occidentali e pur dando una valutazione di segno inverso, la loro concezione dell’arte è biecamente strutturale, l’arte è caratterizzabile come qualunque altra attività o cultura umana nei termini della classe di appartenenza. E dunque è o alienante o non lo è.  Capitalista o non-capitalista.
Ciò che sfugge ai “comunisti” coreani e che sfuggiva ai militanti degli anni ’70 è che la struttura dell’oggetto estetico, la sua intima struttura linguistica, la sua relazione con i dati sensibili ed esperienziali che l’artista estrae dal suo contesto è infinitamente più complessa che – poniamo – in un qualunque discorso valoriale.

Altrimenti opere d’arte come la Pietà di Michelangelo o la cupola del Bunelleschi o la cappella Sistina, tutte commissionate dal potere, tutte intrise del rapporto fra il potere e l’artista, tutte espressive di un mondo altamente gerarchizzato, sarebbero da bandire perché “proto-capitaliste”.
Eppure tolgono il fiato!

Sandro Vero 

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