La dottoressa Daniela Aprile sorseggia un bicchiere d’acqua, ci pensa qualche secondo, scandisce bene le parole. “Un neolaureato in una clinica italiana viene percepito come un peso, un fastidio. Nessuno vuole insegnargli niente perché hanno paura che rubi il lavoro. Un neolaureato in una clinica ucraina invece è considerato una risorsa, chi la dirige è contento avere di tenere una persona che possiede nozioni fresche, porta entusiasmo e può fornire idee nuove”. E allora non bisogna meravigliarsi se la 25enne Daniela, originaria di San Gennaro Vesuviano (Napoli), laureata da meno di un anno in ‘biotecnologie della riproduzione’, si è stancata di accumulare rifiuti o proposte di lavoro senza retribuzione dal barone di turno e ha preferito andare a lavorare in un centro della fertilità di Ternopil, in Ucraina occidentale. Dove dice di essere stata accolta con una gioia e un’umanità a lei sconosciute nei numerosi e infruttuosi colloqui di lavoro collezionati in Italia.

“Prima di partire per l’Ucraina mi sono proposta per un tirocinio in qualche clinica napoletana, dove hanno deriso la mia specializzazione, non ne erano a conoscenza, mi ridevano in faccia. Un professore continuava a darmi appuntamenti ai quali non si presentava e poi scoprii che se n’era andato in vacanza. Sono andata a fare colloqui a Bologna, Avellino, Verona. Sempre a spese mie, non mi hanno nemmeno offerto un caffè. In Ucraina invece mi hanno fatto fare una settimana di prova interamente spesata da loro. Mi sono subito trovata benissimo. E sono rimasta”. La clinica le ha messo a disposizione anche un appartamento dove trascorrerà il suo primo inverno. “Sì, lo so, lì quando fa freddo fa freddo davvero”, sorride.

È preparata anche a questo. Laurea triennale alla Federico II di Napoli e specializzazione a Teramo, Daniela si dice contenta “del percorso di studi fatto in Italia” dove, spiega, “ho avuto a che fare con docenti seri e preparati. Purtroppo tutto cambia quando un giovane inizia a muoversi nel mondo del tirocinio e del lavoro”. E racconta di aver percepito nei medici italiani “superbia, arroganza e indifferenza. In molti mi chiedevano: ‘Ma cosa ne ricavo a farti fare un tirocinio?’ Ad un certo punto ho pensato che qualcuno volesse dei soldi. Uno mi propose: ‘Fai due anni di volontariato con la mia clinica e forse ti faccio fare una tesi’. Ci si dimentica che far crescere professionalmente un giovane medico è un arricchimento per la collettività”. 

Daniela si occupa di embrioni e fecondazione assistita eterologa. Una tecnica vietata in Italia. In Ucraina, invece, è permessa la donazione di embrioni, ovociti e liquido seminale. Nella clinica dove lavora arrivano coppie da tutto il Vecchio Continente. “L’età media dei clienti dell’Europa occidentale è abbastanza alta, le donne italiane ad esempio aspettano molti anni prima di provare ad avere un bambino e quindi si accorgono tardi di avere dei problemi. Le ragazze ucraine invece vogliono diventare mamme molto giovani e vengono da noi anche prima dei 30 anni”. Nel centro di fecondazione assistita ucraino Daniela si è dovuta subito cimentare col lavoro vero, nelle corsie: “Mi hanno subito fatto sentire parte di un team, mi ascoltano, decidiamo insieme i trattamenti migliori. In Italia avrei trascorso i primi anni a portare le bibite o a fare le fotocopie”.

E la vita fuori dalla clinica? “Mi sono ambientata bene, mi trattano con grande gentilezza, soprattutto quando si accorgono che sono straniera”. E quando scoprono che sei italiana? “Beh, qualche volta fanno il nome di Berlusconi e si mettono a ridere, ma in Ucraina hanno stima del nostro paese. Ci apprezzano principalmente per la qualità del cibo, i cantanti, la moda. Non veniamo associati, che so, a un riconoscimento serio della scienza, dell’industria, della cultura”.