Il Sud è niente_locandina_Presentato pochi giorni fa al Toronto International Film Festival dove è stato accolto da calorosi applausi, Il sud è niente sceglie di mettere a fuoco una storia solo apparentemente marginale, di confine, che si coagula intorno al concetto di cambiamento. Inteso come evoluzione o rinnovamento. A dispetto di quanto dice la nonna della protagonista: «Il Sud è niente e niente succede», infatti, l’esordiente Fabio Mollo, reggino classe 1980, fotografa un complicato paesaggio umano un attimo prima della sua dolorosa trasformazione, con occhio affilato e notevole capacità di sintesi. 
 
Sullo stretto di Messina, terra incerta e di separazione, il rapporto tra Cristiano, venditore di pesce stocco nella periferia di Reggio Calabria, e la figlia Grazia è soffocato da una mancanza di dialogo poco distante da quell’omertà su cui prolifera il sistema malavitoso che si stringe pericolosamente intorno a loro. Quando, durante un bagno notturno, Grazia vedrà il fratello Pietro – morto anni prima in circostanze che il padre non le ha mai chiarito – emergere dal fondo del mare, uscire dall’acqua e avviarsi verso la città, il suo processo di crescita e di ribellione verso lo status quo si farà irreversibile.
 
Con il corpo sempre più piegato verso un’identità maschile, quasi a voler colmare in sé la mancanza del fratello, Grazia attraversa strade deserte e cantieri, scontra la realtà a occhi bassi, comunicando soltanto con un coetaneo, figlio di giostrai, destinato ad andarsene presto per lavorare ad un’altra festa del patrono. È un personaggio davvero ben scritto quello di questa ragazza, non a caso, alle prese con gli esami di maturità, un corpo vero e vibrante, reso con incredibile aderenza da Miriam Karlkvist, cui si affiancano Vinicio Marchioni, nel ruolo del padre, e Valentina Lodovini, in una piccola parte. 
 
Realizzato da due giovani produttori francesi, Jean-Denis Le Dinahet e Sebastien Msika, questo pregevole esordio indipendente impasta momenti magici e lucido realismo, evanescenza e chiarezza, puntando sulla gestualità piuttosto che sulle parole, sempre smozzicate, rabbiose, sussurrate. In definitiva, la difficoltosa elaborazione del lutto di Grazia per il fratello coincide con quella per una terra uccisa a colpi di silenzi e complicità: sotto all’intreccio, dietro lo svolgimento del tema, dentro il mare dello stretto o sopra il cemento delle costruzioni, Fabio Mollo restituisce una realtà profondamente drammatica in un film emozionante nella sua durezza come nella sua capacità di guardare avanti. C’è da augurarsi che trovi presto la via delle sale.