Specie dopo il polverone alzato con l’articolo sulla Siae, parlare di Dream Theater può rivelarsi non necessariamente appagante: nel mentre scrivo queste righe – sono sicuro – si saranno già formate almeno una decina di fazioni, tutte legittime, pronte a far guerra a me o peggio ancora tra di loro. Sta di fatto che io voglio comunque parlare del loro ultimo disco “Dream Theater” e si dà il caso che l’album in questione io lo abbia addirittura comprato, rinunciando però all’edizione deluxe, con tanto di dvd annesso, che proprio non mi pareva il caso: un mix in 5.1 che non vedo proprio come possa giustificare praticamente 18 euro di spesa totali. Tanto vale iTunes.

Ma comunque i Dream Theater sono una grande band e noi, se non altro, gli tributeremo il giusto rispetto: forti sopratutto dei loro dati di vendita, sempre eccellenti, specie se in rapporto al genere e specie in Italia, dove giusto un Paese schizofrenico come il nostro può contemplare, nella Top 20, Moreno e l’ultima fatica della band metal-progressive più famosa del mondo.

Dall’introduzione fastosa e un po’ kitch offerta dalla prima “False Awakening Suite” si passa al già singolo “The Enemy Inside”, brano manieristico che almeno io immagino abbia preso corpo con una serie di copia/incolla concordati e prevedibili: è la canzone che t’aspetti dai Dream Theater, violenta nelle intenzioni, pop nell’animo, ambivalente nel risultato finale a metà strada tra lo stupore (positivo) ed il già sentito.

“The Looking Glass” prende invece il via subito dopo con tutt’altre credenziali, tant’è che dall’inizio sembra ricalcare le sonorità di “Images & Words”, con rallentamenti e armonie che fanno schizzare improvvisamente verso l’alto le quotazioni del disco, rimasto nell’anonimato praticamente fino al terzo brano: per quanto finora non si sia ancora avuta notizia del batterista Mike Mangini, citato per la prima volta anche in veste compositiva ma che invece sembra sostare in punizione dietro alla lavagna.

Tra le particolarità di questo nuovo disco, da segnalare la presenza di due strumentali: oltre alla già citata opener, troviamo ora “Enigma Machine”, che non offre alcun motivo per farsi ascoltare, se non passare per inerzia alla successiva “The Bigger Picture”, il ballatone ammiccante presente in ogni produzione dei Dream Theater dai tempi di “Metropolis Part II: Scenes From A Memory”, quando la potenza e la bellezza di brani quali “Another Day” o “Learning To Live” ha lasciato spazio ad un disagio quasi adolescenziale (e mestruale), complice anche la dipendenza da alcol dell’ex Mike Portnoy. “Behind The Veil” prova a chiamare a sé la cavalleria ed in parte ci riesce, laddove sia John Petrucci che James Labrie riescono a prendere il sopravvento sul tastierista Jordan Rudess: tecnicamente impeccabile ma discutibile sia nell’approccio che nell’arrangiamento. Questione ormai annosa.

Più o meno sullo stesso registro anche “Surrender To Reason”, che gonfia petto e bicipite senza stuccare, cosa che agli ultimi Dream Theater riesce sempre meno purtroppo: specie all’interno dello stesso album. “Along For The Ride”, specie per l’esigua durata (neanche 5 minuti) sarà probabilmente il prossimo singolo e lo intuiamo anche dalle peculiarità melodiche e decisamente morbide del brano: non propriamente un capolavoro di avvenenza ma comunque sopra le righe e privo dei fastidiosissimi stop & go presenti finora, che a spunti pure illuminanti hanno alternato cadute rovinose e sconfortanti, tanto che un ascolto completo di questo disco diventa quasi un esercizio di stile più che un piacere.

Quanto detto finora rimane purtroppo vero e va iscriversi indelebilmente nella pelle sia dei Dream Theater stessi che in quella dei loro fan, non senza un’indiscutibile eccezione, costituita dall’ultima (suite) “Illumination Theory”: lampante, sapiente e, per l’appunto, illuminante.

Non fosse stato per l’ennesimo sproloquio del già citato Rudess, proprio nel mezzo del brano, parleremmo sì di un disco mediocre ma anche e sopratutto di una chiusura perfetta, cosa che purtroppo ci è impedita da una composizione che si mantiene perfetta come una bomboniera nella prima metà, salvo venir letteralmente uccisa da quel male incurabile che attanaglia i Dream Theater: l’ostinazione ovvero a portare avanti oltre modo i loro pezzi, anche quando questi hanno solo bisogno di esser chiusi degnamente.

“Dream Theater” segnala ancor più del precedente “A Dramatic Turn Of Events” (2011) la stanchezza di una band che, con cadenza inquietante, pubblica nuovo materiale ogni 2 anni, stupita in primis dal proprio successo e costretta a rincorrerlo nel tentativo di non cadere nell’oblio e uscire dal giro che conta: ma forse, un po’ come per i loro momenti più alti, la rinascita non potrebbe arrivare che rischiando qualcosa, a cominciare dal tempo libero che dovrebbero meritatamente concedersi, in attesa di tornare grandi (almeno) come una volta.