Il dibattito sempre più animato sul definitivo passaggio di Telecom nelle mani degli spagnoli di Telefonica è davvero stucchevole. Non tanto per i suoi toni e contenuti e la disgustosa strumentalità politica delle argomentazioni utilizzate. Ma perché ruota attorno al vacuo concetto di difesa dell’italianità. Ancora una volta, dai politici ai sindacalisti, passando per illustri commentatori, è tutta una corsa a sostenere che il Paese starebbe subendo una sorta di scippo dallo straniero.

Chiariamo innanzitutto che se scippo di Telecom c’è stato, questo è avvenuto, come è noto, ad opera di nostri connazionali. Con tutto ciò che ne è conseguito in termini di saccheggio, spezzettamento e soprattutto di privazione della ricchezza più grande: le competenze assolute che i dipendenti, ad ogni livello, avevano saputo esprimere fino all’arrivo di Colaninno e dei suoi amici.

Telecom – se ne faccia una ragione Brunetta, che parla di “impresa chiave per lo sviluppo del Paese” – non è più da tanto tempo un patrimonio industriale all’avanguardia sul piano mondiale.

A prescindere dalle pessime performance contabili, Telecom ha perduto infatti ormai da anni la propria capacità di essere fucina di innovazione ed esempio apprezzato a livello internazionale in fatto di ricerca e sviluppo. E Telecom è ridotta ad essere l’ombra di ciò che ha rappresentato sino alla metà degli anni 90 non perché il mercato abbia fatto il proprio corso e le conseguenti sfide competitive si siano fatte più impegnative. Le ragioni sono ben più gravi e profonde.

Attengono innanzitutto alla incapacità della classe dirigente, anche solo di immaginarsi una politica industriale che ponesse al centro asset produttivi come le telecomunicazioni. Ma i motivi del declino di Telecom riguardano anche la miopia di una leva imprenditoriale che ha fatto battaglie troppo deboli per difendere la tradizione manifatturiera italiana. Per dedicarsi invece a battere cassa al governo di turno, chiedendo sussidi con cui negli ultimi 15 anni sono andati in fumo almeno 300 miliardi di euro.

Il risultato di ciò, confermato da un rapporto della Commissione Europea, è sotto gli occhi di tutti: un progressivo processo di finanziarizzazione e di conseguente de-industrializzazione della nostra economia. Di cui Telecom è stata una delle vittima più illustri. E questo è accaduto senza che nessuno fiatasse e gridasse allo scandalo.

Non ricordo in effetti una gran disperazione mentre progressivamente veniva spolpato uno dei gioielli più preziosi dell’industria italiana. Oggi, invece, che di quell’orgoglio nazionale rimangono ossa quasi completamente scarnificate, si scatena un finimondo.

Che non solo è fuori luogo, ma non consente di mettere a fuoco il probabile lato positivo della scalata degli spagnoli su Telecom, così come di quella di Air France su Alitalia: finisce un’epoca durata anche troppo, in cui un capitalismo straccione, aiutato dalla politica ha, in nome della difesa del tricolore, distrutto patrimoni aziendali a vantaggio esclusivo della pura remunerazione del proprio investimento.

 

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