Infradito di gomma ai piedi, come tutti i giorni dopo una pioggia intensa, e Hong Kong è di nuovo in pista dalle 9.30 di questa mattina, quando il segnale di allarme per il tifone Usagi è sceso da T8, il massimo per una tempesta tropicale, a T3. Asili e scuole chiuse ma mezzi di trasporto, uffici e negozi aperti e operativi. L’aeroporto è congestionato dalla ripresa dei voli dopo lo stop dalle 6 di ieri pomeriggio, ma i portavoce delle compagnie assicurano che i passeggeri rimasti a terra per motivi di sicurezza riusciranno a partire entro 24 ore.

Ieri sera, con Usagi a 200 chilometri, i social network frizzavano di micro report da tutti gli angoli della regione. Chi si domandava se il vicino potesse lasciare il cane all’aperto o se fosse il caso di denunciarlo alla polizia, chi il cane lo doveva portare a fare pipì e avvertiva: “Se vedete un bassotto volare, è il mio”. Mentre i bimbi si costruivano rifugi giocosi con i cuscini del divano, alcuni genitori issavano i materassi contro le finestre per evitare che le schegge volassero in giro in caso di rottura dei vetri. L’umore era misto. Un misto di attesa ansiosa, eccitazione e paura sotterranea.

La paura, in queste circostanze, è davvero qualcosa di ancestrale. Puoi avere letto e riletto le procedure di sicurezza, razionalizzato i numeri e acquisito formalmente il fatto che Hong Kong è una città abituata a questi fenomeni e preparata per limitare i danni. Ma quando il vento comincia a ululare, dopo che hai lavato i denti ai bimbi e li hai messi a letto con il loro pupazzetto ammorbidito dagli abbracci notturni, un serpente di inquietudine ti gira nel petto. Un occhio oltre la finestra, uno al sito dell’Hong Kong Observatory, misuri le raffiche dal tremore dei vetri e speri che reggano.

Hong Kong, fortunatamente, si è svegliata dopo una notte in cui l’attesa per il tifone più potente degli ultimi trent’anni ha portato solo tanto vento e sette feriti minori su oltre 7 milioni di abitanti. Secondo i report della protezione civile locale, su tutto il territorio sono caduti 69 alberi e si sono allagate due strade. Dove stiamo noi, nei Nuovi Territori, stamattina le vie erano sgombre. Qualche mucchio di foglie verdi tradivano le raffiche notturne, un ramo più grande del solito penzolava dalle mangrovie a margine della carreggiata.

Ho preso la metropolitana, dove tutto procede come ogni giorno. A parte qualche infradito di gomma in più (magari abbinata a un tailleur da business woman, rigorosamente con il tacco 8 in borsa), solo l’annuncio automatico che invita a fare attenzione allo “slippery floor”, al pavimento scivoloso per la pioggia notturna, ricordano il passaggio di Usagi. Fuori dalla stazione di Causeway Bay, il centro dello shopping e dei nuovi uffici avvenieristici a due fermate da Central, la solita ressa sui ponti pedonali e sui marciapiedi.

Hong Kong si è salvata anche perché a qualcuno è andata peggio. A nord est della regione, nella Cina Meridionale, la provincia di Guandong ha registrato 25 morti. A Shanwei, Usagi ha toccato terra alle 7.40 di domenica sera per la prima volta (la chiamano landfall e in inglese rende bene l’idea), scatenando la sua potenza al massimo e investendo villaggi e città meno preparate di Hong Kong con raffiche oltre i 160 chilometri l’ora. Tra le vittime, molti sono stati travolti per strada da auto o parti di edifici volanti, alberi e rami. Una donna è annegata perché la barca sulla quale stava pescando si è rovesciata.

Ma cosa ci facevano in mare, per strada, con Usagi alle porte e tutti i media in allerta da giorni? Qualcuno a Hong Kong sottolinea che la procedura prevede innanzi tutto di chiudersi in casa, e questo avrebbe potuto evitare il peggio anche oltreconfine. Purtroppo, la qualità delle abitazioni nelle province del sud della Cina e il fatto che spesso c’è chi viene costretto a lavorare persino nelle condizioni più estreme, hanno fatto la loro funesta parte. Ma anche un uomo che si era barricato nella propria casa è morto, il petto trafitto dalle schegge di vetro esplose dalla propria finestra.

Insomma, questo tifone non è stato proprio un coniglietto (Usagi significa coniglio, in giapponese), come lo chiamano oggi gli hongkongers sollevati. Ma mi ha insegnato una cosa: non è la natura in sé a essere pericolosa ma la mancanza di preparazione, di rispetto delle regole e della sua potenza a fare i danni peggiori. Una lezione che andrebbe tenuta a mente, sempre, in ogni angolo di questo nostro mondo.