La Siria è già in guerra da due anni. Una politica estera europea comune avrebbe potuto evitare il peggio. A quanto un esercito europeo?

Il conflitto che si sta profilando in queste settimane in Siria fa così paura non soltanto per la sua potenza bellica (superiore ad Afghanistan e Iraq) ma soprattutto per l’importanza strategica di Damasco nello scacchiere mediorientale, tra Iran e Arabia Saudita, confinante con l’ex amica Turchia e la polveriera Libano. L’utilizzo di armi chimiche (sul quale sta investigando l’Onu) ha risvegliato gli Stati Uniti, pronti ad un intervento armato nel Paese. Assente l’Europa, che se c’era dormiva.

La Siria è in guerra da più di due anni. Il sospetto utilizzo di armi chimiche e il possibile intervento americano hanno solo spostato i riflettori su una guerra civile che insanguina il paese dal marzo 2011 e che ha già fatto migliaia di morti. Se è (poco) plausibile che al di là dell’Atlantico se ne siano accorti solo oggi, è invece scandaloso che in Europa si sia aspettato tanto per mettere la questione in cima all’agenda politica.

A Bruxelles di Siria si parla da un bel po’. Il fascicolo Damasco è aperto sul tavolo del Consiglio Ue Affari Esteri (riunione dei ministri degli esteri europei) da mesi e anche il Parlamento europeo è intervenuto condannando l’escalation di violenze da parte del regime di Assad. Ma non si è andati oltre alle condanne e al congelamento dei beni esteri di alcuni alti gradi siriani.

La verità è che la politica estera europea è inesistente. Nonostante esista un Servizio di azione esterna (EEAS) e addirittura un Alto Rappresentante (l’inglese Catherine Ashton), la voce e l’influenza europea oltre confine è praticamente pari a zero. Oltre alle risoluzioni che restano sulla carta e a qualche milione di euro in aiuti umanitari (non sempre spesi in modo ortodosso) in politica estera l’Europa continua a fare la parte dell’agnello.

Manca la volontà dei governi nazionali di avere una politica estera comune. Nonostante l’EEAS sia stato creato per ufficializzare la posizione ricoperta fino al 2009 da Javier Solana e dare concretezza all’Ue nel mondo, non c’è la volontà politica di fare dell’Ue un soggetto autonomo e autorevole sullo scacchiere internazionale. Questo a causa dal giogo dei governi nazionali attorno al collo delle istituzioni europee che al di là dei propri confini non hanno alcuna autonomia decisionale. Basta vedere il coro scomposto di posizioni sulla Siria dei capi di governo, con Angela Merkel critica nei confronti di Italia, Francia, Gran Bretagna e Spagna che al G20 di San Pietroburgo hanno sottoscritto l’appello di Obama pro intervento. Anche le forti dichiarazioni pronunciate da Catherine Ashton, secondo cui “gli europei sono per una risposta forte”, non vedono l’accordo di tutti i 28 paesi dell’Unione (e comunque arrivano con molti mese di ritardo).

Una politica estera comune presuppone un’unione politica più forte e una delega a Bruxelles, e quindi all’EEAS, di decidere come muoversi di fronte a simili crisi. Questo, a sua volta, presuppone la creazione di un vero e proprio esercito europeo che prenda il posto dei 28 eserciti nazionali spesso smunti e disorganizzati. Al di là dell’evidente risparmio di risorse su scala europea (si pensi allo scandalo italiano degli aerei F-35), questo esercito sarebbe in grado di dare concretezza alla politica estera europea, non solo in caso di conflitto esterno (anche perché la diplomazia è sempre la strada migliore) ma anche di realizzare una vera politica di sicurezza comune.

La Siria di oggi mette i governi nazionali europei di fronte, oltre a migliaia di morti innocenti, anche alla loro impotenza di agire su scala internazionale. E dire che forse tutto questo poteva essere evitato.

@AlessioPisano

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