Ci sono due modi per dar vita ad una fotografia: scattarne una nuova, o ritrovarne una dimenticata.

Il primo caso è quella che ci vede, in vario modo e in varia misura, un po’ tutti fotografi. Il professionista che realizza lo scatto per una campagna pubblicitaria e l’adolescente che congela momenti del suo compleanno da postare su Facebook sono accomunati dal fatto di “partorire” nuove immagini.

Ma pochi “adottano” una foto anziché concepirla. Eppure il risultato è un dono altrettanto importante.
Mettendo da parte velleità autoriali, bulimia da social media e compulsività digitale, esiste una pratica che è al contempo formativa, poetica, umile, utile e ricca di soddisfazione personale, una sorta di “volontariato fotografico”: è la ricerca di foto altrui perse e dimenticate, orfane e abbandonate.

Non foto qualsiasi – beninteso – ma quelle rare perle che brillano, inconsapevoli di sé, in mezzo a migliaia di foto-ricordo, informe moltitudine di scatti sensati solo per la cerchia ristretta entro cui nacquero, frammenti di mosaici familiari in forma di album. Fotografie generalmente per noi inutili e anche difficili da “violare” per il loro portato di affetti e vicende, che ci fanno sentire invasori di una sfera privata, sacra e inviolabile.

Ciò che intriga il cercatore di photo trouvée va oltre: spulciando con occhio ipersensibile, egli individua quei gioielli accidentali, quei cortocircuiti del caso che spostano l’intento privato di una foto-ricordo verso un “capolavoro” suo malgrado. Una foto a suo tempo magari scartata perché “sbagliata”, mossa, sfuocata, con quella luce entrata nella fotocamera per un cambio maldestro di rullino, o con quella presenza incongrua dietro il soggetto principale, insomma un imprevisto elemento dirompente che fa esplodere una potenza fotografica non cercata, e che noi ci assumiamo il compito di riconoscere.

Quanti ritrovamenti hanno del miracoloso!
Quando ciò accade, frugando per esempio in polverosi scatoloni di vecchie foto in qualche mercatino delle pulci, di fatto noi stiamo ri-creando quella fotografia: in qualche misura ne siamo coautori, ed essa rinasce una seconda volta, con scopi e motivazioni del tutto differenti dalla prima.

Questa passione per la fotografia anonima, questa ricerca di found photos di cui probabilmente non sapremo mai l’autore, il luogo e la data, è anche un atto “sovversivo” nei confronti di alcune logiche di mercato.
Se il mercato del collezionismo fotografico spinge verso diktat legati al pezzo unico (un ossimoro per la fotografia), con tirature limitate che si moltiplicano misteriosamente, diatribe sulla definizione di vintage print, con la comparsa persino di falsi, ebbene ad un costo prossimo a zero uno di questi regali del caso rappresentato dalla foto trovata è anche un pezzo unico vero, un autentico vintage print, un piccolo-grande capolavoro.

Bombardati da fragili immagini in quantità indigeribile, produttori talvolta forsennati noi stessi, la ricerca di fotografie dimenticate ma ancora in grado di stupirci è quel minuto di ricreazione, quella parola poetica, quel breve voltarsi indietro che possono rigenerare la nostra voglia di tornare finalmente ad essere fotografi, genitori consapevoli di nuove fotografie.

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