A forza di volere i cineasti statunitensi al Lido di Venezia si rischia di farne un’overdose fatale. Quest’anno ce ne sono parecchi e sono spalmati pressoché ad ogni ora del giorno. Quindi basta lamentazioni. I divi Usa, più o meno celebri, a Venezia c’erano, e ci sono soprattutto i più giovani, come gli anziani più sperimentali.

Il problema però è che non hanno niente, proprio un bel tubo di niente da dire. Cinematograficamente parlando, s’intende. Basta prendere l’ultimo film, statunitense, in Concorso, quel Parkland che ricostruisce la vita di alcuni protagonisti del 22 novembre 1963, il giorno in cui il presidente J.F.Kennedy venne ucciso.

C’è Zapruder che riprese il cervello spappolato di Jfk, e il medico che lo raccolse e lo mise su un piattino al Parkland Hospital. E ancora il capo della sicurezza che non si dà pace, il fratello e la madre di Lee Harvey Oswald e poi l’agente Fbi che aveva registrato senza farci caso alcune minacce dell’assassino ufficiale del presidentissimo.

Ecco bene. Se il cinema è prima di tutto espressione visiva, fatta di immagini, suono, colore, ecc… Parkland in sala non aggiunge nulla di nulla in più rispetto ad una qualsiasi sinossi, come quella di qualche riga più sopra. Seguendo sullo schermo i 92 minuti del film di Peter Landesman non c’è nemmeno l’impressione di un’elaborazione stilistica del narrato. Zero assoluto. Meglio un libro di De Lillo (Underworld) o Ellroy (Sei pezzi da mille).

Così a forza di cercare il grande romanzo americano, paradossalmente, abbiamo perso di vista il grande film americano. Colpa della New Hollywood anni Settanta (Arthur Penn, Alan J. Pakula, Warren Beatty, Robert Redford, ecc…) che ci aveva abituati a percepire il cinema, statunitense, (anche) come qualcosa di vivo politicamente, ideologicamente, contenutisticamente, ben oltre il giusto e logico fine commerciale. George Clooney, Sean Penn, Grent Heslov, giusto per fare esempi eclatanti, qui al Lido nell’ultimo decennio sembravano averci riprovato: il divo e l’impegno.  

Oggi, però, quel simulacro ideologico che soggiace al cinema Usa, di cui anche Coppola, Scorsese, Spielberg facevano parte, più a livello di sistema e di produzione, è pressoché scomparso e non è stato sostituito da nulla, nemmeno dai formalisti formato festival come Kelly Reichardt con Night Moves. Badate bene, e lo diciamo ai giovani che forse non lo sanno: negli anni Settanta questi titoli accoppiavano impegno e facevano soldi, mica erano barbosi polpettoni da Fuori Orario.

L’impressione è che le fughe in avanti, tecnologiche, economiche, politiche, abbiamo svuotato il calderone della creatività: niente più impegno politico, ma nemmeno niente più impegno professionale tout court. Catena di montaggio pura. Urge scuotere l’albero delle idee e delle passioni. Sempre che all’interno ci sia rimasto qualcosa.

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