Pace fatta fra Svizzera e Stati Uniti nella dura controversia fra fisco di Washington e banche elvetiche, accusate di aiutare cittadini americani ad evadere le tasse. I due Paesi hanno firmato l’accordo che, secondo una nota di Berna, permetterà alle banche di regolarizzare il passato. Saranno esclusi dall’intesa gli istituti oggetto di un’inchiesta penale in Usa. Gli altri saranno divisi in tre categorie e  pagheranno sanzioni che, secondo calcoli non ufficiali, ammontano a 1 miliardo di dollari.

Il contenzioso durava ormai da cinque anni. Nel 2008 Bradley Birkenfeld, ex collaboratore di Ubs, aveva ammesso davanti a un giudice di aver aiutato clienti a frodare il fisco quando era alle dipendenze della banca. Vicenda poi risolta un anno dopo con una multa di 780 milioni di dollari pagata dalla banca. Dopo l’ultima trasmissione nel 2010 da parte della Svizzera di dati riguardanti i casi di assistenza amministrativa, l’autorità fiscale statunitense Irs aveva ritirato definitivamente l’azione civile contro Ubs, continuando però ad indagare sugli altri istituti. Nel mirino degli Usa finiscono così Credit Suisse, Hsbc Suisse, le banche cantonali di Basilea e Zurigo, Julius Bar e la Banca Wegelin. Nel 2011 Il Dipartimento di giustizia americano chiede il nome dei consulenti della clientela, ma il diritto elvetico vieta però la consegna diretta di documenti. Un primo accordo in questo senso viene raggiunto nel gennaio 2012, ma dopo pochi mesi il Tribunale amministrativo federale (Taf) ferma tutto, dando ragione ad un cliente di Credit Suisse che aveva fatto ricorso.

Stati Uniti e Svizzera siglano un nuovo accordo a dicembre 2012 sull’applicazione della legge fiscale americana denominata Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act) che dovrebbe entrare in vigore nel 2014: gli Stati Uniti vogliono tassare i conti che le persone assoggettate a imposta negli Stati Uniti detengono all’estero. A febbraio l’accordo Fatca viene firmato ufficialmente a Berna, per essere sottoposto alle Camere federali e ricevere il via libera. L’intesa prevede un sistema vicino allo scambio automatico di dati che dovrebbe essere applicato dal 2014. E’ comunque necessario il consenso del titolare del conto.

A maggio, quindi, il Consiglio federale approva un disegno di legge, definito dalla stampa ‘Lex Usa‘, che permetterà a tutte le banche svizzere di mettere una ‘pietra’ sul passato e di regolare le loro relazioni con le autorità statunitensi. Ma la legge viene affondata in Parlamento e così vengono riaperte le trattative per un accordo. Il Consiglio presenta così il suo ‘piano B’: il governo stabilisce che le banche potranno chiedere singolarmente un’autorizzazione, evitando così le sanzioni previste. A luglio una sentenza del tribunale che respinge i ricorsi e permette a Credit Suisse di inviare i dati in Usa spiana la strada all’accordo definitivo

Il 29 agosto Svizzera e Usa firmano una ‘dichiarazione congiunta‘ con cui le banche sono autorizzate a seguire il ‘programma unilaterale’ imposto da Washington secondo il ‘piano B’ approvato il 3 luglio: quelle che hanno gestito capitali americani violando il diritto fiscale statunitense dovranno attendersi multe molto salate, tra il 20 e il 50% del valore del denaro non dichiarato. L’Associazione svizzera dei banchieri (Asb), pur giudicando che le multe comminate siano “al limite dell’accettabile sul piano giuridico e del sopportabile sul piano economico”, accetta “la sola soluzione in grado di risolvere definitivamente i problemi giuridici con gli Stati Uniti”.

Si ricompone così un contenzioso annoso. Adesso, dopo la soluzione della situazione con gli Usa, potrebbe essere l’Unione Europea a bussare alla porta della Svizzera. Di un accordo con Berna si parla da anni, in particolare per l’Italia. Anche se fino ad oggi non sono mai stati fatti passi avanti significativi