Non passa giorno senza che Cécile Kyenge, ministro dell’Integrazione, venga fatta oggetto considerazioni di vario e chiassoso razzismo. È bersaglio naturale, destinazione attesa e insieme occasione imperdibile per liberare chili di rancore e individuare nel turpiloquio la difesa dell’identità nazionale.
 
Questo giornale non ha mai mancato (né lo farà in futuro) di segnalare e denunciare l’inciviltà, l’aggressione a volte squadristica e insieme segnalare la dignità con cui la ministra rintuzza le provocazioni e le parole d’odio.
 
Se però andiamo alla radice della questione, la scelta di affidare a una immigrata il ministero dell’Integrazione acquista, al fondo, un sapore ugualmente sospetto. È una decisione, malgrado ogni buona intenzione del premier, che rasenta – per paradosso – il confine sottile di un atto intimamente e inconsapevolmente ghettizzante. Fa domandare: perché proprio a questa signora emiliana, cittadina afro-italiana, di professione oculista, è toccata in sorte la cura della più drammatica delle emergenze civili del nostro tempo?
Immagino la risposta: perché si è lungamente impegnata a sostenere , con la pratica della sua stessa esistenza, lo sforzo di comunione e condivisione, lo sviluppo di forme moderne e civili di accoglienza. È indubbiamente vero: Kyenge ha lottato per affermare la sua personalità, affinché godesse di pari opportunità e pari diritti nella società che l’ha accolta. Aver prima ottenuto l’elezione al Parlamento e immediatamente dopo la nomina a ministro è di tutta evidenza un riconoscimento che consegna all’opinione pubblica la prova di un cambiamento avvenuto nel profondo della società italiana.

Resta integra però l’obiezione: se questa era l’intenzione, perché non dare alla Kyenge un ministero diverso? Che so: Trasporti, Salute, Istruzione o qualunque altro che documentasse davvero la dimensione paritaria tra vecchi e nuovi italiani. Invece no: si affida all’immigrata la cura – con un ministero nuovo di zecca – degli immigrati e con ciò si convalida l’idea che la questione, tutto sommato, resiste nel recinto di quel mondo.

Non è problema capitale delle società avanzate, non è discussione che interpella i criteri e i limiti con i quali il mondo ricco gestisce il suo rapporto con il mondo povero, non è tema sul quale i governi devono svolgere la più delicata delle riflessioni e impegnare gli esponenti di primo piano affinché ogni scelta abbia il valore di un impegno politico condiviso. Di più: affidare a una immigrata il ministero dell’Integrazione significa anche affidare a una osservatrice particolare (per nascita, storia personale, colore della pelle) questioni che pesano in modo naturalmente diverso nella civiltà, nella cultura, nell’economia di una intera società.

La Kyenge rischia di ritrovarsi, senza sua colpa, utilizzata come una volta si faceva con le figurine Panini, il meraviglioso album dei calciatori: per completare la pagina mi serve il centravanti della Fiorentina, ce l’hai?

Il Fatto Quotidiano, 28 Agosto 2013