Nella dirigenza del Pd il lucano Gianni Pittella, europarlamentare di lungo corso ed outsider nella corsa alla segreteria nazionale dei democrat, è l’unico che interviene sul ‘caso Agropoli-Vassallo’. E lo fa con parole pesate con attenzione e prudenza. Dalle quali però traspare un pensiero di fondo: il Pd in questa vicenda campana avrebbe potuto fare di più “e affrontare le zone d’ombra”.

Ad Agropoli (Salerno) il Pd sospende gli oppositori interni di un sindaco plurindagato, nella vicina Pollica Dario Vassallo, il fratello del povero Angelo Vassallo, il sindaco ucciso tre anni fa, accusa: “Angelo era isolato, il Pd ignorava le sue denunce, dopo l’omicidio si è rifiutato di indagare sulle ragioni del suo isolamento, da Roma in giù è un partito deleterio”. Lei che idea si è fatto? Esiste una ‘questione meridionale’ nel Pd?
Nel Sud il Pd è messo nelle condizioni peggiori, tra lunghi commissariamenti, come quello in Calabria che dura tra anni, e un dibattito che langue. Di conseguenza su alcuni temi, come quello della legalità e della lotta alla criminalità organizzata, la voce del Pd è flebile. Temi che dovrebbero tornare a essere centrali nell’agenda politica, sui quali proverò a sollevare attenzione in un ‘tour della legalità’ che mi vedrà attraversare il Paese, soprattutto il Mezzogiorno, nella prima settimana di settembre.

Quelle di Dario Vassallo sono accuse gravi.
Il Pd sta tenendo una posizione di assoluta limpidezza sulla vicenda Berlusconi, anche a costo di aprire una crisi di governo, e resta un partito che più di altri difende i principi di rispetto delle regole e della legalità. Dentro questa cornice sostanzialmente positiva, esistono però zone d’ombra che si fatica ad affrontare e risolvere. Io conosco Dario e le cose che denuncia, fui io a metterlo in contatto con Migliavacca…

Dario Vassallo ricorda negativamente quell’incontro.
Onestamente, Migliavacca diede disponibilità immediata. Per il resto mi dispiace. E le aggiungo: io avrei candidato Dario Vassallo al Parlamento. Non solo per il cognome-simbolo, ma perché con il lavoro della sua Fondazione intitolata al fratello in questi anni ha seminato legalità e senso del civismo nelle scuole e nelle istituzioni.

Come si rischiarano le ‘zone d’ombra’ a cui lei accenna?
Applicando severamente e rigorosamente il codice etico che il Pd si è dato. Sulle candidature e sulla selezione della classe dirigente. Mettendo nero su bianco un documento ufficiale che funzioni da griglia di requisiti e di valori da utilizzare quando si procede a una scelta: la competenza, l’onestà, il merito, il servizio al cittadino, il radicamento sul territorio, anche calcolando quante riunioni si svolgono sui territori, quanti rapporti si intrattengono con le associazioni.

Al dunque, però, il Pd preferisce i portatori di voti e di tessere. Nel 2008 il curriculum inviato al Pd di Roma dagli amici di Angelo Vassallo, il sindaco che aveva trasformato un piccolo borgo del Cilento in un’eccellenza mondiale, per sollecitarne una candidatura alle elezioni politiche, non fu nemmeno preso in considerazione.
Sì, il problema esiste, anche se non va generalizzato. Il Porcellum purtroppo non aiuta. Affida le rappresentanze parlamentari a decisioni romanocentriche, sottraendo agli elettori il controllo della qualità degli eletti.

“Oggi Angelo Vassallo non farebbe parte di questo Pd” dice il fratello.
La battaglia di miglioramento va combattuta dall’interno. Se i ‘buoni’ se ne vanno, non si rende un buon servizio ad un partito essenziale per la democrazia e per la vita della sinistra di questo Paese.

Se vince le primarie e diventa segretario del Pd, aprirà l’inchiesta politica sull’omicidio Vassallo che il fratello ha chiesto invano ai dirigenti della gestione Bersani?
Se sarò io, sicuramente. Ma andrebbe fatta a prescindere da chi sarà il nuovo segretario. Bisogna fare luce.