È come vedere Dallas senza Sue Ellen. Nella grande soap dell’estate 2013, quella a base di agibilità politica, grazia, incandidabilità e parole in libera uscita, manca – ve ne sarete accorti – un personaggio. Un errore di sceneggiatura. Grave, oltretutto, perché il nome del personaggio scomparso riecheggia ogni minuto nella trama. Proprio così: su 60 milioni di italiani, costituzionalisti, droghieri, casellanti, controllori di volo, puerpere e direttori de Il Giornale, che hanno detto la loro sulla legge Severino, manca solo il parere della signora Paola Severino, ministro della Giustizia del governo Monti, che a quella legge ha dato il nome.

Le interpretazioni sono molteplici. C’è chi dice – dopo averla votata – che la legge Severino è incostituzionale. Chi dice che non può essere retroattiva, né fritta nell’olio. Chi dice che è meglio con lo zucchero a velo e chi sostiene che vale solo a 1300 metri sul livello del mare.

Non mancano coloro che la preferiscono al dente, ovvio, né quelli che la apprezzano purché non sia applicata a chi ha offerto tante cene eleganti.

A questo punto manca solo una voce: quella della signora Severino. La quale sta, probabilmente, vivendo un dramma tutto suo: in un mondo dove tutti sono interconnessi, lei non risponde al telefono, al citofono, ai segnali di fumo, non guarda Facebook, non riceve le mail, non sente i tam-tam che la chiamano. Si dirà che esiste un precedente: quella legge Cirielli che il deputato Edmondo Cirielli pretese non venisse più chiamata col suo nome. Risultato: tutti pensano che Cirielli di nome si chiami Ex. Ora non vorremmo un simile qui pro quo per la signora Severino, che la gente potrebbe chiamare un giorno Fu Severino, o Già Severino, o addirittura Nonvale Severino.

Certo, lei potrebbe fare chiarezza e spiegare per bene la legge che porta il suo nome. Magari anche come nacque, quando tutti chiedevano a gran voce di avere meno condannati in Parlamento e persino il Pdl disse: perbacco, va bene, votiamola senza indugi. Ora non si sa se la legge è retroattiva, ma gli indugi sì. E la signora Severino, forse, non vuole passare per quella che ha messo il suo nome alla norma che butta Berlusconi fuori dal Senato. Va bene, capiamo il dramma umano e l’imbarazzo. Però, almeno per la tranquillità dei parenti, un cenno di vita potrebbe darlo. Una telefonata, un sms: sono qui, sono la Severino. Certo le chiederebbero della sua legge, di come applicarla e di Berlusconi, inevitabile. A quel punto, potrebbe cavarsela come faceva nel dopopartita il grande Trapattoni: “Non parlo dei singoli”. Ma almeno sapremmo che c’è, sia la Severino che la sua legge, e che non ce la siamo sognata.

Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2013