Da qualche settimana vedo molti autorevoli esponenti del governo Letta, ma anche delle istituzioni europee, sbracciarsi per indicare l’arrivo all’orizzonte di una imminente ripresa con la stessa ansia di Tom Hanks in “Cast away” quando attendeva la nave che lo avrebbe salvato dal suo destino di naufrago.

Questa sorta di orgasmo collettivo per una percentuale di crescita che, se confermata, avrà in ogni caso la consistenza di un prefisso telefonico mi sembra francamente eccessiva.

Intendiamoci, che l’Eurozona sia avviata verso una lenta fase di ripresa a partire dall’ultimo trimestre 2013 per proseguire con maggiore forza nel 2014 è opinione condivisa da chiunque si occupi di economia, il vero problema è capire di che tipo di ripresa stiamo parlando.

Un esempio riferito a quanto successo negli Usa, ma non solo, può aiutare a capire cosa, a mio avviso, ci aspetta.

Tra il 2009 ed il 2012 la maggior parte delle grandi imprese, americane ed europee, a fronte di una domanda ovviamente stagnante a causa della crisi, ha agito in modo molto incisivo sul lato dei costi operando massicce riduzioni di manodopera per abbassare il proprio livello di costi variabili. Tali riduzioni sono state possibili solo in questa fase storica quando alle rappresentanze sindacali è stato di fatto proposto un aut aut: o vengono consentite massicce riduzioni di personale o l’alternativa è la chiusura. In nessun altro momento storico sarebbe stato concesso ai datori di lavoro di agire in modo cosi pesante sul fattore lavoro. E’ facile quindi concludere che le imprese hanno almeno in parte approfittato di una crisi unica per dimensioni e vastità. Questa manovra ha consentito loro di avere, a partire dall’anno 2010, risultati di bilancio decisamente positivi. A titolo di esempio, nel periodo considerato, oltre l’80% delle società americane quotate ha prodotto risultati che hanno superato le stime degli analisti. Ciò ha determinato, unitamente alle politiche monetarie espansive delle banche centrali, un deciso rialzo degli indici azionari cosi come di buona parte delle altre asset class, rialzo che prosegue tuttora

A fronte di una domanda stagnante le imprese hanno quindi operato unicamente sul lato dei costi, ma questa è una manovra che si può fare una tantum mentre la vera crescita può arrivare solo da una reale e sostenuto aumento nella domanda di beni e servizi e qui sta il vero problema: anche di fronte a un primo avvio della ripresa economica dubito che le imprese saranno disposte a riassumere almeno parte dei dipendenti licenziati, è molto più probabile che investano in tecnologia per aumentare la produttività. A mio avviso quindi, non solo ci vorranno anni per recuperare livelli occupazionali anche solo lontanamente comparabili a quelli pre-crisi ma molti dei lavoratori licenziati (in particolare quelli sopra i 40 anni) non saranno riassunti e la domanda, almeno quella interna, resterà al palo.

Il risultato finale? Per dirla col vecchio Marx, un ulteriore squilibrio sociale con trasferimento di ricchezza dal fattore lavoro al capitale, intendendo quest’ultimo sia con riferimento agli azionisti delle aziende sia agli investitori che hanno potuto beneficiare delle manovre espansive delle banche centrali.