Marina Berlusconi, classe ’66, Presidente della holding che controlla il primo gruppo editoriale italiano è l’erede designata a raccogliere dal padre il testimone che la porrà alla guida del partito-impresa, protagonista di quella che avrebbe dovuto essere la nostra “seconda repubblica” e si è,  invece, rivelata solo una copia della prima, tanto brutta da farla, a tratti, rimpiangere o, almeno, farne rimpiangere la statura politica di alcuni dei suoi protagonisti.

Silvio Berlusconi, classe ’36, potrebbe, invece, riprendere dalla figlia il testimone che le cedette ormai oltre 20 anni fa, alla guida del gruppo-impero dell’editoria italiana. Una doppia staffetta da padre a figlia e da quest’ultima al padre che minaccia di perpetuare per un’altra generazione l’anomalia italiana: uno stesso uomo – domani una stessa donna – alla guida del più grande gruppo editoriale del Paese e candidato al Governo del Paese e, con esso alla guida della televisione di Stato.

L’anomalia – responsabile in buona misura dell’assenza di democrazia che ha caratterizzato le ultime stagioni della storia del Paese – minaccia ora di incancrenirsi e divenire cronica, genetica, generazionale. Chiunque abbia creduto, sperato, confidato che l’uscita di scena – in un modo o nell’altro – di Silvio Berlusconi sarebbe valsa a ripristinare l’ordine democratico, restituendo libertà ai media e, così, equilibrio al gioco della politica rischia di doversi ricredere.

Ma la colpa non è dei Berluscones. Non è del padre che vuole incoronare la figlia alla successione e non è della figlia che, alla fine – nonostante le resistenze iniziali – si lascerà incoronare, consapevole che provare a succedere al trono del padre è l’unica chance che il suo gruppo imprenditoriale ha per non restare travolto sotto le macerie della rivoluzione mediatica in atto.

Non è, d’altra parte, un mistero per nessuno che il successo del Gruppo Mediaset sarà anche merito delle intuizioni del suo fondatore e dell’abilità dei suoi manager ma, certamente, è, in larga misura, il risultato di un’algoritmo matematico secondo il quale se un imprenditore detta le regole del mercato e siede nella cabina di regia del suo principale concorrente non può non vincere.

E allora la colpa della maledizione anti-democratica che sta per ri-abbattersi sul Paese di chi è? Direi di molti, forse un po’ di tutti ma non si può negare che è soprattutto di chi avrebbe dovuto – ed ancora dovrebbe – impegnarsi davvero per cambiare le regole del gioco, riscrivendo una legge sul conflitto di interessi che non è neppure credibile come specchietto per le allodole [n.d.r. basti pensare che l’Autorità per la concorrenza e per il mercato che è chiamata ad applicarla, nelle proprie relazioni semestrali, continua a scrivere che non ci sono conflitti di interesse da rilevare, a norma di legge] e modificando la disciplina sul pluralismo nel sistema dei media che oggi, più o meno, dice che nessuno può controllare più giornali, radio, televisioni e media di quanti ne controlli la famiglia Berlusconi.

E, invece, gli avversari politici dei Berluscones – con poche e rare eccezioni – sin qui, hanno, sostanzialmente, preferito girarsi dall’altra parte e far finta che l’anomalia fosse passeggera e che cambiare, di corsa e per sempre, le regole del gioco non fosse una reale emergenza democratica.

Ed eccoci qui. Siamo alla vigilia di una nuova stagione di anti-democrazia, nella quale la più parte dei media – pubblici e privati – supporteranno l’impresa dei Berluscones che verranno, alterando la competizione politica e diffondendo il c.d. berlusconismo.

Bisogna – naturalmente nel rispetto delle regole democratiche o, almeno, di ciò che ne rimane – impedire il doppio passaggio di consegna del testimone perché antidemocratico ma, prima ancora, civicamente diseducativo.

Marina Berlusconi, Presidente del Gruppo che sotto la guida del padre si è illecitamente avvantaggiato in danno dei concorrenti non può candidarsi, in sostituzione di quest’ultimo – incandidabile per legge – alla guida del Paese.

E’ un’evidente ipotesi di elusione delle regole del gioco. Silvio Berlusconi, da parte sua, deve rassegnarsi non solo a rinunciare ai titoli di Senatore e Cavaliere del lavoro dei quali non potrà più fregiarsi ma anche a non tornare alla guida del Gruppo che pure ha fondato perché, un condannato, in via definitiva, non può gestire una società titolare di autorizzazioni per l’esercizio dell’attività televisiva.

La staffetta dei Berluscones, minaccia di convincere i nostri figli che viviamo in un Paese nel quale persino i principi che sono baluardo della nostra democrazia possono essere aggirati, semplicemente, scambiandosi di ruolo tra padre e figlia e viceversa. Se questo messaggio passasse, il futuro del Paese sarebbe irrimediabilmente compromesso per generazioni e generazioni.