Chi lavora in un ospedale sa cosa siano le ferie e le usa volentieri, ma non sempre riesce a cogliere il significato psicologico e comunicativo del ‘tempo di vacanza’. Non si rende conto, cioè, che per il mondo dei sani la vacanza è un completo oblio in cui è vietato alludere ad argomenti oscuri e tetri come la malattia. Trascorrere la parte maggiore della giornata a contatto con chi è malato rende impensabile che da quella realtà sia possibile e lecito staccarsi del tutto.

Chi scrive per professione conosce le regole. Esistono argomenti possibili in ogni stagione e argomenti che, invece, devono andare in vacanza. Nell’ambito della medicina la pelle funziona sempre: estate, inverno e stagioni intermedie consentono di raccontare le solite cose senza perdere un solo lettore. A leggere bene, poche volte si scrivono novità ma non importa: parlare di pelle va bene in ogni caso.

Il cancro, invece, deve nascondersi. Si deve nascondere dai giornali, da internet e dai libri. Perché evoca la morte, e la morte con la vacanza non va d’accordo.

E’ di poche settimane fa il dibattito internazionale sulla parola “cancro”. Nella comunità scientifica c’è chi vorrebbe che si smettesse di usarla perché ha ormai assunto troppi significati macabri ed evoca una quantità inaccettabile di incubi e terrore: ne esistono altre che – pure descrivendo la medesima realtà – potrebbero restituire un po’ di sollievo ai pazienti e ai loro familiari.

Per essere precisi, la parola incriminata è “carcinoma”. In uno dei prossimi post forse ritorneremo a parlarne da un punto di vista scientifico, ma oggi sono più interessata a un dubbio che da qualche tempo ritorna a tormentarmi: siamo davvero in grado di mettere in pensione o in vacanza le parole? E’ giusto farlo?

Quando, il 31 dello scorso luglio, ho notato che Chiara Beretta Mazzotta aveva infilato il mio romanzo ‘Il male dentro’ (ambientato in un centro di eccellenza in oncologia, pieno di medici e pazienti) nei suggerimenti per la lettura estiva ho pensato: “Che donna coraggiosa, certi libri ad agosto diventano tabù”. Ma ho pensato anche alle centinaia di pazienti che a stento si rendono conto della stagione perché impegnati nel percorso lungo e tormentato delle cure: loro, i pazienti, restano di moda oppure no? Di loro si può parlare anche oggi o rimandiamo a settembre? La necessità legittima di riposare, divertirsi (se si riesce) e lasciare alle spalle lo stress richiede che ci dimentichiamo di chi ora, mentre voi leggete, sta lottando contro un tumore?

Nel dubbio, ci provo. Nel mezzo dell’agosto oso scrivere questo post e pronunciare la parola “cancro”. Qualcuno vuole pensionarla definitivamente per non spaventare la gente, qualcun altro la vuole mettere in letargo finché l’estate si spegne. Io penso che nascondere una parola non abbia senso.

Dite la vostra: è una parola da abolire davvero? Aiuterebbe cambiarla per renderla meno terrorizzante? E, se la teniamo, è giusto mandarla in vacanza quando il calendario ci dice che siamo in agosto?