Il Senato ha approvato il 31 luglio il decreto-legge 28 giugno 2013 n.76, il cosiddetto “decreto del fare“. E, piuttosto che “fare” provvede, in controtendenza con la maggior parte dei Paesi europei e di quelli Bric, che investono nel futuro, ovvero del sistema della formazione, decide di apportare l’ennesimo taglio al sistema universitario, riducendo di 7,6 milioni di euro il già sottodimensionato fondo per il finanziamento ordinario dell’università.

Il testo è adesso tornato alla Camera.

Ancora una volta, quindi, si colpisce duramente l’Università, impoverendola di risorse per il suo funzionamento. E stavolta, per giunta, il taglio va a finanziare risorse di cassa insufficienti. Lo mette in rilievo anche il documento del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati (CoNPAss) che stigmatizza anche “il rifiuto, da parte della maggioranza, di approvare un emendamento del M5S che cercava di non far pesare ancora una volta sull’Università, già pesantemente definanziata negli ultimi anni, le esigenze di cassa del governo”.

Dunque, confermando la linea dei precedenti governi, ci avviamo verso un’Università vista sempre più come un servizio da privatizzare e non una risorsa importante per il lavoro e la formazione delle giovani generazioni.

Dopo la Gelmini, nel Governo Monti en ex rettore, Profumo, ci fece sperare in un’ inversione di tendenza. Invece continuità assoluta, con l’applicazione di una riforma, quella del sistema universitario, che banalizza le possibilità di crescita del Paese.

Governo Letta, altro rettore, con l’impegno del ministro Carrozza di un’inversione di tendenza sui tagli all’istruzione. Un impegno detto e ridetto tante volte…

…e poi arriva il “decreto del fare”.

“Ancora una volta – sottolinea Calogero Massimo Cammalleri, presidente del CoNPAss – una politica miope considera l’Università una spesa da tagliare anziché un motore di sviluppo strategico da incentivare per aiutare il Paese ad uscire dalla crisi e mantenere la necessaria competitività internazionale”.

Il sistema universitario deve essere un mezzo per uscire dalla crisi incrementando nuove conoscenze e non pareggiando bilanci in nome del più spinto liberismo. Fondamentale sarà la mobilitazione alla Camera e nel Paese coinvolgendo anche le forze giovanili e sociali, dagli studenti ai docenti democratici.