È una mattina di giugno di un anno imprecisato di inizio millennio. Quattro kamikaze si fanno esplodere in quattro punti diversi di Milano uccidendo civili e gettando nel panico una città e una nazione. Sono attentati di matrice araba che rientrano in quello che, a partire dagli anni Novanta, chiamiamo “scontro di civiltà”. Si fanno i conti con i morti e con i feriti, si fanno i conti con una classe politica rozza e meschina che appare totalmente impreparata ad affrontare un’emergenza di questa portata, si fanno i conti soprattutto con le certezze che vengono meno in ciascuno di noi. Quattro personaggi – un antiquario (Tommaso), una manager che opera nell’alta finanza (Agata), un piccolo affarista impelagato in loschi traffici (Andrea) e un avvocato (Teresa) – tutti tra i trenta e i quarant’anni, rappresentanti di una generazione inconcludente, arruffona, spaventosamente abulica, bollita da una giovinezza dilatata ad libitum, si ritrovano loro malgrado coinvolti, o semplicemente lambiti, da fatti più grandi di loro e da un mondo che improvvisamente gli dichiara guerra. È La resa, il nuovo romanzo di Fernando Coratelli, pubblicato da Gaffi.

In un famoso e controverso saggio di Samuel P. Huntington, apparso nel 1996 e pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, testo che anticipava sensibilmente le dinamiche conflittuali che avrebbero condizionato la vita degli uomini nel primo decennio del ventunesimo secolo (tanto da fare dell’autore, secondo qualcuno, una specie di profeta del nuovo millennio), si leggeva: “La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro”.

Le “linee di faglia” di cui parlava Huntington sono il luogo su cui si concentra lo sguardo di Coratelli ne La resa. Un grande vuoto, politico e culturale, ma prima ancora esistenziale, una frattura nella storia abitata da fantasmi dediti a niente di più oneroso di un aperitivo, ombre incapaci di coltivare affetti e amori, che cercano di approfittare dell’ecatombe per dare un senso alle proprie vite, magari inseguendo la redenzione in una Ong per poi scoprire che nessuno è innocente e che nessun luogo della terra, neppure il più disgraziato, è salvifico per la coscienza e per l’anima. Un romanzo sorretto dall’ambizione di non assoggettarsi ai contesti reali, ma di manipolarli fino a ricreare una realtà possibile, e che se ha un torto è quello di arrivare nelle librerie italiane con qualche anno di ritardo, ossia in un’epoca – la nostra – in cui il grande tema della crisi finanziaria ha soppiantato, nella percezione collettiva, la paura del terrorismo internazionale.

La resa a cui si riferisce il titolo è il crisma più evidente di una inadeguatezza, una disillusione che è, direi, generazionale. Una capitolazione che si realizza al cospetto di eventi che i personaggi di questo romanzo vivono con un fondo di imperturbabilità, sui quali ragionano in maniera superficiale, a tratti distaccata, interessati unicamente al modo in cui l’enorme dramma collettivo finisce per incidere sulle loro giornate asfittiche e sulle loro vite ordinariamente disordinate. C’è il senso incombente della Storia e l’attenzione alle oscillazioni delle masse, temi cari a un autore come Don DeLillo a cui spesso Coratelli strizza l’occhio.

Un romanzo impegnativo, dunque, che però ha il pregio di essere sorretto da una scrittura fluente e spigliata, con dialoghi di grande realismo e un ritmo febbrile, caratteristiche che lo rendono infine (cosa che non guasta mai) una lettura piacevole e coinvolgente.